House of Gucci: carne, tessuti, sacrifici

House of Gucci: carne, tessuti, sacrifici

December 17, 2021 0 By Simone Tarditi

“Una grande casa ha la sua forza nella sua gente”, riflette Paul Atreides in Dune, mentre elabora il lutto del padre e la consapevolezza dei propri vassalli smarriti si fa insopportabile perché significa che tutto è finito, non c’è più un regno. Almeno una volta lo avranno pensato gli eredi Gucci ora che il futuro del brand è in mani di altri, di estranei. Il cognome è diventato solo più un marchio mentre fino a un paio di decenni prima significava anche appartenere a una dinastia le cui cinque lettere erano impresse nel codice genetico e non solo stampate o cucite sulla stoffa.

Il nuovo film di Ridley Scott, House of Gucci, parla di una famiglia che si disintegra, non solo di un omicidio commissionato o di come si evolve nel tempo la linea di abbigliamento. In un contesto dove i parenti sono anche soci, gli avi sono semidei a cui si deve devozione, i dipendenti sono sudditi, le terre d’origine valgono quanto le case comprate, ogni elemento di una vita condivisa si collega a quelli che ha attorno e che riguardano soggetti in cui scorre il medesimo sangue o che si sono innestati nell’albero genealogico attraverso legami giuridici. Quando Patrizia Reggiani s’insinua tra i Gucci velocizza un processo di autodistruzione già in atto, non ne è l’artefice, o almeno questo è ciò che il film fa intendere nel ritrarre un fragile equilibrio parentale.

In House of Gucci, centralità assoluta è data agli esseri animali, umani e non, nella loro natura primordiale, semi-bestiale. Maurizio è preda che decide di ribellarsi dopo essere stata addomesticata. Patrizia è predatrice che arriva a far uccidere pur di completare un iter di annientamento che parte in primis dal non avere un’identità e dal volerla cercare altrove. Rodolfo è vittima in quanto spettatore di qualcosa che non vuole vedere: non accetta il matrimonio tra il figlio e Patrizia, ma quando sta per morire si riunisce a loro per illudersi che i Gucci possano rimanere nel tempo. Aldo sogna troppo in grande per le proprie competenze manageriali e finisce con un pugno di mosche in mano mentre Paolo, suo discendente diretto, è un fallimento su ogni fronte (qui il film rimarca forse eccessivamente e gratuitamente le manifestazioni esteriori di una tara ereditaria). Infine, la cordata di miliardari che porta sul baratro Maurizio, ultima pedina rimasta in piedi, per fare cadere lui e impossessarsi loro della griffe. Si pensi alla scena del carpaccio: a Maurizio Gucci viene consigliato di assaggiare la carne lavorata nelle sue terre toscane, quasi non gli appartenesse più quell’ancestrale luogo da cui arrivano anche i tessuti più pregiati e modellabili, lavorati a partire dai medesimi bovini, scuoiati, macellati e disossati. Lo stesso trattamento riservatogli da parte di chi è seduto con lui a tavola. Il trittico di creazione-distruzione-trasformazione, un classico di ogni racconto.

House of Gucci è un dramma operistico, un godimento morboso, uno spettacolo di satira e derisione che permette al pubblico di sollazzarsi con eventi tragici senza poter empatizzare con nessuno dei personaggi macchiettistici. Che poi tutto quel che viene narrato sia successo veramente è aspetto secondario. Di vero c’è che ognuno dei protagonisti viene sconfitto e il sacrificio ultimo, quello di Maurizio (ucciso due volte: dalla società di cui era a capo e dalla moglie ripudiata), è sull’altare del potere, che è bramato follemente da tutti, non solamente su quello dei soldi.

Simone Tarditi
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