Non volevamo più uscire da The Tender Bar

Non volevamo più uscire da The Tender Bar

January 11, 2022 0 By Gabriele Barducci

Che Ben Affleck sia un attore sottovalutato, ormai, è cosa nota.

Il “problema” che ha afflitto questa nube oscura sulla sua carriera si può dividere in due parti: l’alcolismo e la sfortuna di prendere parte a progetti non proprio brillanti. Pensate a Matthew McConaughey, in pieno spolvero negli ultimi dieci anni quando ci siamo resi finalmente conto che era un grandioso attore, ingabbiato purtroppo dalla patina di sex symbol e affini che la macchina hollywoodiana gli aveva donato senza grazia. Un suo momento privato di ripresa e crescita professionale, diversi ottimi progetti ed ecco che tutti noi ci eravamo sbagliati.

In quello stesso periodo ci siamo dovuti ricredere anche su Ben Affleck, ma ancora una volta, il pregiudizio, problemi di salute e dipendenza e la rottura del matrimonio con Jennifer Garner hanno delineato una cornice sempre più nefasta sulla vita professionale di Affleck.

Prima con Tornare a Vincere e ora con The Tender Bar dell’amico George Clooney, Ben Affleck torna a brillare e lo fa con il progetto dei più semplici, ma anche malinconici e romantici che si possa trovare sul mercato, ovvero quello del cinema americano contemporaneo, quel cinema che Clooney “ruba” nella narrazione nell’esposizione ad Alexander Payne, nel modo in cui mettere in scena e far interagire i suoi protagonisti, ebbene in questa confort zone, Ben Affleck ci nuota che è un piacere.

Tratto dalle memorie Il Bar Delle Grande Speranze di J.R. Moehringer, il film ci mette nei panni, negli occhi, nelle sensazioni e nel naso proprio del giovanissimo J.R., del suo crescere in una grande famiglia quando la madre, non riuscendo a pagare affitto e bollette, torna a vivere dai genitori. Per lei è sinonimo di sconfitta, ma per il piccolo J.R. invece è tutta una grande festa, perché da figlio unico che non ha mai visto o vissuto il padre (famoso DJ di cui riesce a sentire solo la voce alla radio) quella piccola casa intoppata di parenti a lui piace.

Tra tutti però, gli piace la compagnia dello zio Charlie (appunto, Ben Affleck), uomo che sembra vivere alla giornata, senza legami, lavora e gestisce un bar sempre pieno di persone. Tra i due vi sarà il classico rapporto di ammirazione, della classica sostituzione della figura paterna mancante.

Lo zio Charlie è una persona strana: legge decine e decine di libri, dispensa consigli a tutti, cresce il nipote quasi fosse il figlio e con schiettezze lo introduce alla vita, al valore della lettura, dell’essere gentiluomo, della conviviale amicizia maschile che femminile e sull’avere successo, perché il giovane J.R. dopo aver letto tutti i libri che lo zio custodisce in camera e al bar, si dimostra portato per la scrittura, nel capire l’essenza di essere uno scrittore, di avere qualcosa da raccontare, che solo chi vive al centro di un dolore (la mancanza del padre, per quanto sostituito più volte, è qualcosa di non quantificabile nella sua crescita) può capire, della stretta necessità di mettersi davanti un foglio bianco e scrivere.

Scrivere e trangugiare un drink.

Scrivere e fumare un bastoncino di nicotina.

Scrivere, bere e fumare. Tutto senza mai strafare, senza mai diventare quegli uomini che il sabato mattina si svegliano sbronzi, un po’ come lo zio Charlie. Che zio strano e fantastico, capace di elargire commenti pungenti e osservazioni brillanti, dispensare consigli ma incapace di metterli in atto, vivendo in un limbo di eterno ragazzo che volutamente decide di non crescere. Non è la vita ad essere cattiva con le persone, ma sono le persone che fanno delle scelte, alcune volte irresponsabili, altre volte incomprensibili. J.R. si accerchia di tutto ciò, di un padre che vorrebbe presente, ma è assente. La sua voce, unica conferma della sua esistente, d’altronde chi si fa prete si muove per lo stesso motivo, sentire una voce e non avere un volto.

Lo zio Charlie è quel padre mancante, ma che non può esserlo, perché concretamente non lo è, lui non lo vuole come nipote, ma tenerlo più come rapporto da allievo e maestro.

George Clooney filma tutto ciò con estrema calma, perizia e attenzione al dettaglio, restituendo alle scene quella piacevole sensazione di essere tra amici, sorseggiare qualcosa al bancone del bar e parlare con altre persone, magari scambiarsi punti di vista, conoscere la vita di chi abbiamo accanto, scoprire cosa muove tutte queste persone nell’affrontare la giornata giorno dopo giorno e riscaldarsi attorno qualche buon ricordo.

Il nuovo, classico, cinema americano? Forse no, ma la formula di George Clooney è delle più semplici, elevare quel semplicistico concetto di storia ben raccontata, avere una biografia da cui partire, estrapolare le emozioni e renderle in formato visivo. Magia da cinema, o in questo caso, magia da bar.

Gabriele Barducci