TSFF33: La prospettiva storica di Reconstruction of Occupation

TSFF33: La prospettiva storica di Reconstruction of Occupation

January 28, 2022 0 By Simone Tarditi

Jan Šikl si professa collezionista di pellicole ancor prima di essere un cineasta e ne è prova Reconstruction of Occupation (esclusiva italiana all’edizione numero 33 del Trieste Film Festival). Partendo da un ricco e del tutto inaspettato ritrovamento di bobine inedite girate nel 1968 durante l’invasione della Cecoslovacchia, Šikl finisce col viaggiare molto per raccogliere interviste, reperti, e riesce a mettere insieme un documentario dove filmati d’epoca e riprese odierne si collocano sulla stessa continuità temporale in una linea lunga cinquantatré anni.

La sua fascinazione per i vecchi filmini di famiglia o d’archivio è dovuta al loro essere realistici, perché raccontano il vero senza abbellimenti e, quasi sempre, senza preparazione. È così che inizialmente lo spettatore assiste a immagini di carrarmati, pesca al siluro, fieno tagliato, pomiciamenti lungo fiume, recite casalinghe. Di tutto un po’. Poi si entra nel vivo della narrazione, con i proiettili di piazza Venceslao a Praga, la dispersione tramite idranti, le molotov, la devastazione, la lotta. Infine la resistenza, intellettuale prima che a sua volta, per necessità, aggressiva. Tutto il documentario mostra masse umane per poi focalizzarsi sui singoli soggetti. Si prenda a esempio quel giovane ora anziano che estrae da un armadio la sua sindone, reliquia dell’essere sopravvissuto: una camicia forata da un proiettile all’altezza della spalla, la macchia di sangue rappresa, indelebile. O Jan Palach che si dà fuoco, incenerendosi e diventando simbolo di un’intera nazione, i funerali gremitissimi, la processione, le mobilitazioni, i cortei: il cittadino che rappresenta un popolo, e viceversa.

In Reconstruction of Occupation la quotidianità e l’anormalità si fanno storia. L’obiettivo di Šikl è fare i conti col passato del proprio paese cercando di aggiungere qualche tassello alla faccenda. Quindi, in poche parole, contribuendo a far sì che esso venga conosciuto più a fondo, più nel dettaglio, come un’immagine che a distanza di cinquant’anni e rotti si fa più nitida invece che più sbiadita. A distanza di tempo, che è tanto o poco a seconda della prospettiva da cui lo si guarda, rimangono solo le testimonianze dei superstiti e le tracce visive costituite dai filmati, che sostituiscono le scritte sui muri di allora e le ideologie. I monumenti abbattuti hanno lasciato spazio a nuovi. A sbiadire son state le dottrine politiche, le logiche dei partiti, gli odi, i dissapori, la fratellanza, lo spirito collettivo. Restano gli effetti, i ricordi e l’eredità storica: materia e materiali che per il regista sono evidentemente un credo.

Simone Tarditi
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