Memoria impiantata e ricordi altrui: appunti sparsi sui due Blade Runner

Memoria impiantata e ricordi altrui: appunti sparsi sui due Blade Runner

February 17, 2022 0 By Simone Tarditi

Il tracciato che unisce i due Blade Runner conta alcuni punti fermi tra cui una comune riflessione sul ruolo dei ricordi e su come la memoria sia il presupposto base di ogni esistenza, androide o umana. L’universo dei Blade Runner è il medesimo, s’innestano l’uno sull’altro nella misura in cui di pari passo si sviluppa anche l’evoluzione di chi lo popola. Nel primo film, in un degrado urbano dove spiccano solo le insegne dei grandi marchi (Bulova, Coca-Cola, Atari, …), non c’è un volto felice e tutti sembrano automi privi di empatia. Ognuno corre da una parte all’altra della città, i movimenti di questi corpi non li fanno apparire come schegge impazzite, tutt’altro: quali che siano, essi denotano mete e direzioni precise. Una Babele multiforme, sia sul piano architettonico sia su quello faunistico (agli androidi e agli umani si aggiungano anche struzzi, cavalli, gufi e altri animali: tutti artificiali, ovviamente), ma con un suo ordine, un caos che sa di pulsante organizzazione. Il secondo, forse ancor più incentrato sulla solitudine metropolitana quasi fosse una condizione con cui si nasce, parte da quanto appena scritto per andare oltre, lasciando intendere attraverso uno scambio di battute tra l’agente K e il tenente Joshi che senza un’anima si vada avanti meglio e più facilmente.

Non avere un’anima significa non avere una coscienza, cosa che significa quindi non avere memoria di chi si è e di cosa si è fatto. Questo equilibrio su cui si fondano ambedue i film offre sì una visione fantascientifica del futuro, ma incanala l’agire dei personaggi unicamente nella dimensione temporale del presente. È interessante però notare che in tutto questo l’attenzione viene proiettata al passato e a ciò che esso può offrire come consolazione nello scoprire, nel conoscere. Si pensi all’ampia digressione (affascinantissima, tra l’altro) sull’olocausto digitale provocato dal blackout che nel fittizio 2022 spazza via ogni traccia di memoria immagazzinata su supporti elettronici, un contraltare in termini di narrazione con la frustrazione manifestata da Roy Batty sull’impossibilità di travasare i ricordi da una mente all’altra prima di morire. O ancora Rick Deckard, commosso fino ad aver gli occhi lucidi, quando a trent’anni di distanza ascolta la registrazione audio dell’interrogatorio da lui fatto alla sua Rachael. Ecco che in tema di manufatti i Blade Runner raccontano molto: attraverso essi i protagonisti soffrono e al contempo si connettono con versioni storicizzate di sé, come nel caso della statuina di legno, che Ana Stelline e K condividono con il medesimo livello di intensità emotiva. E lì poco importa che l’immagine mentale sia impiantata oppure no perché valgono solo le sensazioni che è in grado di produrre.

Simone Tarditi