Kimi: traumi, sparachiodi, germofobia e tecnologie

Kimi: traumi, sparachiodi, germofobia e tecnologie

February 25, 2022 0 By Simone Tarditi

La finestra sul cortile dell’era Covid, a voler ridurre il nuovo film di Steven Soderbergh a una definizione semplice. Inosservato ai più, come gran parte delle sue ultime fatiche, Kimi prosegue la scia della collaborazione con HBO Max che in tempi recenti ha permesso la fruizione di un altro progetto del regista, il croceristico Let Them All Talk. Due film apparentemente agli antipodi e che invece condividono se non altro la stessa vocazione al narrare storie incentrate su protagoniste femminili con blocchi e muri mentali dovuti alla difficoltosa gestione dell’ansia. Ed è proprio l’elaborare questa condizione che permette loro di cercare (e trovare) un’alternativa alle proprie, infelici, esistenze (al contrario di Unsane, scavando sempre nella filmografia recente di Soderbergh).

Esperito il trauma di un’aggressione e sviluppato un sesto senso a riguardo, Angela Childs (una Zoë Kravitz dai capelli color Puffo) è certa che un’altra donna sia stata violentata dal proprio partner. Lo ipotizza a partire dalla registrazione di una voce che sente durante il suo routinario smart-working per conto di una corporazione che produce dispositivi (Kimi, il loro nome, una sorta di variante di Alexa) in grado di semplificare le vite di ognuno. Così, la protagonista comincia un’indagine da sola e contro il volere dei suoi superiori. La verità che scopre è più sconvolgente di quella che anche solo lontanamente avrebbe potuto immaginare. Agorafobica, germofobica, vittima di attacchi di panico, autoreclusa, hikikomori parziale, Angela la vediamo uscire di casa per la prima volta alla metà esatta del film, con fatica. Kimi è un prodotto figlio della pandemia, vuoi per la (quasi) sola ambientazione domestica, vuoi per la dipendenza dalla tecnologia e dai farmaci, costante del cinema soderberghiano. Le dinamiche di paranoia legate al concetto di privacy sono il narrato parziale di un film che non si pone alcun fine moralistico, ma che addirittura combina il thriller a toni, nell’ultima mezzora, vicini alla commedia. Kimi racconta di un mondo identico a quello vero, dove tutto viene registrato via audio o video, dove si lasciano tracce per tutela di sé, dove si accettano condizioni senza leggerle, dove il progresso ha più lati positivi che negativi, dove l’eccesso di facilità con cui si comunica comporta problematiche nuove, dove ogni aspetto della vita (sesso compreso) ha regole e orari, e dove, infine, le truffe di alto livello sono all’ordine del giorno. Tutto ciò era in già in corso prima del fatidico marzo 2020, il lockdown ha fatto il resto. Nel finale di Kimi, che è tutto tranne che nebuloso, si può intravedere un futuro di speranza. È anche quello che ci (si) aspetta nella realtà?

Simone Tarditi
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