Leonora addio: Taviani e il turbinio del tempo

Leonora addio: Taviani e il turbinio del tempo

March 2, 2022 0 By Simone Tarditi

L’epilogo di Kaos ha la forma di un episodio extra-novellistico incentrato sul dialogo tra Pirandello e il fantasma di sua madre dopo che lo scrittore ha fatto ritorno a Girgenti a bordo di un treno, infine a casa sopra un calesse. Mezzi di spostamento che – e non potrebbe essere altrimenti considerato l’approccio biografico – in Leonora addio fungono da tramite veicolare tra come le ceneri di Pirandello vengono trasportate e come il morto avrebbe voluto che fossero state (recita il suo testamento: «Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.»). Conoscendone la filmografia, che Taviani desideri chiudere un cerchio (e una sorta di trilogia comprendente anche Tu ridi) trattando una materia tanto amata è una chiave d’interpretazione immediata. A ciò si aggiunga anche quanto centrale sia in Leonora addio il ruolo della circolarità in termini visivi, dal soffitto decorato ai fotogrammi che documentano la vittoria del Nobel nel 1934, quasi le immagini vogliano restituire allo spettatore una concezione di tempo turbinoso, un vortice dentro cui ci si affaccia ogni qual volta si osservi il proprio o altrui passato.

Immediato è anche pensare al fatto che un regista novantenne come Paolo Taviani rifletta sul futuro nel nuovo film. Leonora addio non vuole quindi essere solo il punto di arrivo o la conclusione di un discorso cominciato nei decenni addietro (la proposta di mostrare il viaggio delle ceneri di Pirandello risale ai tempi di Kaos, ma il produttore cestinò l’idea), vuole raccontare un brandello di storia italiana che ha dell’incredibile e che forse, col senno di poi, ci dice molto sulla natura del nostro paese, sulle sue superstizioni medievali, sulle sue lungaggini burocratiche, sulle rigidità e le contraddizioni della Chiesa, sulle dinamiche con cui il potere si esplica, sul ruolo degli USA nel periodo post-bellico, e molto altro ancora. Taviani non condanna o critica alcunché di ciò: con levità lo mostra, stop. Lo fa con la nostalgia di cui sono intrisi i ricordi, calando nella vicenda narrata la sua memoria dell’Italia di quell’epoca. Almeno nell’ora / ora e dieci di cui le ceneri sono protagoniste, Leonora addio è tra le cose più belle che si siano viste nel cinema nostrano durante gli ultimi anni, compresi anche quelli pre-pandemici. L’uso del bianco e nero, i primi piani, il lavoro fatto sul sonoro sono sotto il segno di una solennità che è scomparsa del tutto nei registi che oggi vanno per la maggiore e che invece andrebbe recuperata. Se il futuro di Taviani vedrà la realizzazione di un progetto sul salgariano Corsaro nero – e l’inquadratura del ragazzo che ne legge il volume in Leonora addio avrà quindi avuto una funzione anticipatrice – sapremo di essere probabilmente ancora in buone mani.

Simone Tarditi