Megalopolis: il sogno di una vita. Appunti sparsi sulla sceneggiatura di F. F. Coppola

Megalopolis: il sogno di una vita. Appunti sparsi sulla sceneggiatura di F. F. Coppola

March 18, 2022 0 By Simone Tarditi

Per metà della sua vita Francis Ford Coppola ha pensato a Megalopolis, un film che col tempo ha assunto i connotati del capitolo definitivo della parabola artistica del regista. Dagli Anni Ottanta a oggi, attraversando crisi personali e finanziarie, Coppola ha osservato il mondo, il cinema, la società cambiare, mentre la sceneggiatura del suo kolossal fantascientifico, che guarda il futuro dell’umanità svilupparsi sul profilo tecnologico e arenarsi da due millenni su quello del rapporto tra individui, non ha smesso di costituire per lui una sfida. L’atto incompiuto parrebbe avvicinarsi alla conclusione nel biennio 2022-2023, equilibri mondiali permettendo. Il cineasta ha infatti deciso di sborsare di tasca sua parte del budget, che supera di gran lunga i 100 milioni di dollari, pur di trasformare quelle pagine di carta in un film. Se ce la farà oppure no, solo il tempo potrà dirlo.

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Addentrandosi nella sceneggiatura (per chi volesse, è con non molta difficoltà trovabile navigando sul web) si fa notare un elemento che ha a che fare con il contesto e con l’ambientazione. Attraverso delle trasvolate aeree, Coppola descrive minuziosamente una New York dove grattacieli e costruzioni hanno proliferato verso l’alto come alberi in una foresta. È il volto dell’America, qui convivono ricchezza e povertà, benessere e disagio, non senza conseguenze: la città è crollata economicamente sotto il suo stesso peso ed è stata salvata dai debiti solo grazie all’intervento delle banche. Coppola ci accompagna nei luoghi più squallidi, come i quartieri popolati solo da immigrati nei cui bazaar si vendono merci taroccate di ogni tipo (orologi Bulgari, maglie Armani, cinture Gucci), e in quelli più alla moda, dove però l’aristocrazia è dedita ai divertimenti più turpi e immorali. Qui s’innesta l’intento dell’opera di Coppola: calare in un’urbe fantascientifica una narrazione che recupera la classicità della storia e della letteratura latina. Ossia Manhattan come una Roma moderna. Questo riguarda sia le ambientazioni (il Madison Square Garden viene dipinto come un Colosseo dove i wrestler hanno sostituito i gladiatori di una volta) sia le modalità con cui la società si manifesta nella sfera pubblica e privata (la religiosità condivisa, le feste pagane, l’immoralità e l’illegalità di talune pratiche sessuali). O si pensi anche ai nomi di alcuni personaggi, per esempio Frank Cicero, antagonista di Serge Catiline. Quest’ultimo è l’eroe della fabula di Coppola: un mostro, un folle, uno sciupafemmine, un uxoricida, una figura mitologica attorno a cui fioriscono leggende di ogni tipo. Tutto questo, ma anche e soprattutto uno scienziato premio Nobel.

Catiline è colui che ha in testa una città da sogno, non il sogno di una città. La “Megalopolis” che egli vuole edificare è un ulteriore passo in avanti nella concezione di consumo del suolo con però un cambio di rotta: il progetto è quello utilizzare un materiale ottenuto riciclando rifiuti. Ciò comporta risparmio e sostenibilità ambientale, ma il vero salto nel vuoto è relativo alla fiducia che esso resista. La radicalità della scommessa urbanistica di Catiline lo porterà a farsi nemici potenti che in ogni modo proveranno a schiacciarlo. Sulla carta, Megalopolis per certi aspetti ha l’ambizione di un altro film di Coppola, Tucker – Un uomo e il suo sogno, tra l’altro scritto nello stesso periodo. Entrambi i protagonisti infatti sono geni nel loro campo, abili a convincere con le parole, trainanti per il loro entusiasmo nel portare a compimento obiettivi folli e rivoluzionari. L’innovazione che Serge Catiline e Preston Tucker spingono è nel segno di un miglioramento che è tale solo ai loro occhi, non a quelli degli avversari, pertanto l’ostilità di chi si sente minacciato nel proprio potere si tramuta in una lotta aperta, senza regole e con ogni arma a disposizione. Uno scontro che è in principio tra concezioni del mondo antitetiche, ossia tra chi crede nel progresso e chi invece non vuole smuoversi dalla tradizione, tra un’aspirazione a modellare il futuro e la confortevole stabilità offerta dal passato. La dicotomia, in ogni sua forma, è d’altronde uno dei punti di forza del cinema di Coppola, quindi, se Megalopolis lo potremo vedere e non solo leggerlo, forse ne avremo un ulteriore prova. A margine, è impossibile far finta che la sceneggiatura di Coppola non prenda in prestito tanto dal Metropolis di Fritz Lang, partendo dall’ispirazione nella scelta del titolo. Ci sono inoltre componenti della trama che ricordano l’antecedente muto: un architetto che s’immagina semidio, la ribellione dei figli nei confronti di genitori molto influenti, le masse riottose nella sezione finale dei due progetti, la disparità come presupposto stesso della società, nonché la presenza di figure a loro modo messianiche.

Simone Tarditi
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