L’umano limite – Appunti sparsi su Last Exit: Space

L’umano limite – Appunti sparsi su Last Exit: Space

May 31, 2022 0 By Simone Tarditi

Durante un’intervista a Elon Musk contenuta in Lo and Behold avevamo ascoltato Werner Herzog candidarsi astronauta per un viaggio spaziale. Una proposta secca la sua, nonché totalmente inattesa da parte dell’imprenditore più ricco del mondo. Per ora non se n’è fatto nulla, ma – e non che ce ne fosse bisogno – quella conversazione aveva rivelato in maniera definitiva l’ultima frontiera verso cui il regista bavarese vorrebbe spingersi. Premessa iniziale, questa, per addentrarsi con maggior confidenza in Last Exit: Space, documentario targato Discovery+, narrato da Werner Herzog (che ne è anche produttore esecutivo) e diretto da Rudolph, suo primogenito.

Last Exit: Space parte subito con una consapevolezza: il processo di distruzione dell’ecosistema non può essere arrestato. Che sia eccesso di pessimismo o lucidità, la prima delle personalità che incontriamo è un futurologo dalle idee chiare il quale insiste su un punto chiave, ossia che è scritto nel codice genetico dell’essere umano il dover migrare tra le stelle e il non rimanere (re)legato al pianeta Terra. E non è solo il pensiero di un anziano che osserva la propria vita spegnersi un giorno alla volta, è anche quello di molti giovani. Vi è infatti una generazione tornata a fare sogni d’astronauta, la stessa che a suo modo si ribella al destino apocalittico ereditato non cercando d’invertire il flusso di cambiamento, bensì immaginando di colonizzare altre galassie. Perché non voler desiderare di essere i primi a rifugiarsi in un bunker su Marte nutrendosi di cocktail a base di piscio riciclato e senza potersi muovere sulla superficie a causa delle radiazioni solari? Ognuno ha diritto a porsi qualsivoglia obiettivo. C’è di peggio, come chi s’immagina una conquista dell’universo a passo lento dal momento che per visitare zone dello spazio distanti miliardi di anni luce l’unica soluzione è creare navicelle in grado di ospitare generazioni di individui che nascano, si riproducano e muoiano a bordo. Nel corso del tempo si ridurrebbero a mutanti deviati, ma questa è un’altra questione. Oppure ci sarebbe la possibilità – e lo insegna il cinema – di ragionare sull’ibernazione dei corpi andando a sostituire il sangue con una soluzione salina necessaria per preservare gli organi e rallentare il decadimento del corpo, qualcosa di percorribile secondo studi ed esperimenti i cui risultati sono stati pubblicati. In teoria. Nella pratica, è impossibile. C’è anche chi si spinge oltre. Alcuni genetisti hanno in testa di modificare il DNA per rendere gli individui più resistenti, dando vita quindi a una stirpe di superuomini incapaci di ammalarsi. Aberrazioni a parte, adattare i corpi a nuove condizioni fisiche è un conto, fare lo stesso con la mente è tutt’altra faccenda. Ed è una questione di limiti, sempre.

Last Exit: Space procede così a raccogliere teorie accertate e ad esporre a ludibrio scenari sci-fi fatti passare per realistici da chi li descrive. Dove arriva il documentario? Da nessuna parte. Perché? Perché la scienza non ha una sfera di cristallo e non può che fare previsioni a corto raggio. Se una morale la si può ricavare è quella di cui abbiamo fatto un credo negli ultimi anni: bisogna salvare la Terra per salvarci noi. Nessun’altra soluzione, neanche il Metaverso. E che i viaggi interstellari, almeno per i prossimi secoli, rimangano roba per chi si può permettere un profilo su Forbes.

Simone Tarditi
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