Il Cinema Ritrovato 2022: Appunti sparsi su My Six Convicts

Il Cinema Ritrovato 2022: Appunti sparsi su My Six Convicts

June 28, 2022 0 By Simone Tarditi

Molta umanità – e quindi empatia in forma derivata – è rintracciabile in My Six Convicts (Hugo Fregonese, 1952), film che in occasione dell’edizione numero 36 del Cinema Ritrovato di Bologna esce da decenni di parziale oscurità. La storyline vede uno psicologo in erba sperimentare uno studio su alcuni carcerati senza però voler sezionare la loro mente al pari di cavie in gabbia, bensì approcciandosi a loro come suoi pari, osservandoli mentre sono impiegati nelle mansioni dentro le mura della prigione. Ne conseguirà tra le due parti un rapporto di incontro-scambio: tanto i criminali impareranno qualcosa da lui (che sia nozionismo o erudizione generale o che sia il prendere consapevolezza di sé, del proprio valore, delle proprie possibilità non fa differenza: è accumulo di sapere, qualcosa che serve a vivere meglio, specie in una condizione di isolamento) quanto viceversa. L’uomo di scienza è colui che più di tutti subisce una trasformazione. Egli elabora la frustrazione per i limiti degli insegnamenti ricevuti e la rivelazione della vacuità delle teorie assimilate (le dottrine dei libri non corrispondono mai alla realtà, solo “sul campo” lo si può scoprire) allo stesso modo con cui i suoi pazienti prendono atto del fallimento della loro esistenza dovuto all’aver compiuto gli errori che li hanno condotti lì. È nella fiducia reciproca e nell’amicizia che l’unione tra le due parti, apparentemente così lontane tra loro, si realizza.

La descrizione dell’ambiente carcerario è edulcorata, ma genuina. Senza denunciare le condizioni in cui vivono i reclusi – anche se gli ultimi secondi di film lì puntano, a chiedere che esse migliorino e che non ci si dimentichi di chi sta dietro le sbarre – la prigione emerge come struttura atta a rendere folle chi ancora non lo sia. Assistiamo a tic nervosi, azioni ripetute in loop, rabbia repressa e rabbia sfogata, raptus e via discorrendo, ossia nient’altro che i risultati ottenuti dalle istituzioni convinte nel potere della detenzione fine a se stessa, periodo durante il quale il singolo ha l’occasione di migliorare chi è come se fosse un meccanismo automatico. Un’occasione concessa dall’alto al posto della sedia elettrica, in breve. È così? No, perché serve un passo ulteriore che My Six Convicts spiega: occorre umanizzare il delinquente e individualmente comprenderlo al fine di intervenire (aiutandolo). Non con approccio manualistico, bensì con metodi pratici che cambiano caso per caso. In questo, parallelamente, il film non si capisce se miri a smontare le tecniche psicanalitiche (per esempio l’induzione a uno stato di trance per mezzo di ipnosi in modo tale da ripercorrere e ricostruire un trauma pregresso, guarendo magicamente dalla condizione mentale in cui si è scivolati) e gli studi di antropologia (verso la fine pure Lombroso viene tirato in ballo), oppure se in qualche modo essi vengano ritenuti validi. Parlando di un film di primi anni Cinquanta, è più probabile il secondo caso, ma tant’è …

Simone Tarditi
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