Wrath of Man è il Guy Ritchie che non ti aspetti

Wrath of Man è il Guy Ritchie che non ti aspetti

July 8, 2022 0 By Gabriele Barducci

Dopo l’esperienza in casa Disney con Aladdin, Guy Ritchie ha trovato un’incredibile successo nel mercato home video digitale. Attenzione dunque, non tanto nello streaming quali piattaforme come Amazon Prime Vide, in questo specifico caso, bensì nella messa in vendita di questi film e il diretto acquisto, cosa che è successa all’estero, mentre noi ci siamo trovati questi film direttamente nei cataloghi in abbonamento.

Prima The Gentlemen, poi Wrath of Man, film realizzati in un lasso di tempo concretamente breve per gli standard classici da produzione ad alto budget e complice la pandemia mondiale, entrambi hanno visto una distribuzione veloce e diretta.

Ma focalizziamo sul suo ultimo film, arrivato per l’appunto direttamente su Amazon Prime Video e che vede il buon Guy Ritchie lavorare ancora con Jason Statham. Wrath of Man concretamente è un remake e date le premesse, potevamo aspettarci una produzione con tutti i crismi del regista inglese, con stile ipercinetico, montaggio croccante e uno stile narrativo sopra le righe quasi a rendere simpatica anche la situazione più scomoda, invece è lo stesso regista che ti sorprende con un approccio totalmente diverse, quasi inedito, da chi si siede sulla sedia e ha voglia di mostrare, specialmente ai tanti detrattori, che se vuole uno di quei thriller a stampo classico, con zero comicità, stile tecnico e violenza amalgamata a una storia cupa, lui te la sa tirare fuori, riuscendo a riunire sotto lo stesso abbraccio anche gli storici appassionati del regista.

Una storia di vendetta, condita da risoluti e ferrei twist che non affondano mai il racconto in una poltiglia di situazioni pop che si sorreggono con monologhi o situazioni iconiche, bensì con la presenza fisica di Statham, non solo nel ruolo d’azione, ma solo nello sguardo.

Non si entra troppo nella trama giacché una delle carte migliori nel mazzo di Wrath of Man è proprio quella di essere un racconto strutturato su più linee temporali, delle quali è bene assaporarle senza avere nessuna infarinatura. Ritchie usa mano ferma e stile da thriller scandinavo, non eccede mai, pacatissimo ed equilibrato (in molti vogliono che sia un biglietto da visita volontario per potersi candidare alla regia del prossimo Bond), ti mostra quel che vuole mostrarti e fino dove vuole lui, per poi ritrarre la mano e dedicarsi a flashback ancora più tesi e serrati di ciò che sta succedendo nella scena precedente.

Un crescendo di situazioni e tensione sfruttando abilmente proprio una “lentezza” inedita per il nome alla regia o anche sfruttando gli eterei spazi di stanze, abitacoli sempre più angusti e inquadrature strette, che non staccano mai dal corpo degli attori. In qualche modo siamo lì anche noi, in quegli spazi, in quella tensione, in una narrazione dove nessun personaggio è davvero chi dice di essere, dove il confine tra il bene e il male è talmente labile che alche l’uomo più retto sembra nascondere qualcosa.

Grande Cinema, da recuperare e un Guy Ritchie da riscoprire ancora una vuola.

Gabriele Barducci