Nope racconta e critica la Hollywood affamata e cinica

Nope racconta e critica la Hollywood affamata e cinica

August 25, 2022 0 By Gabriele Barducci

Di Jordan Peele ormai ci si deve fidare ad occhi chiusi.

Dopo gli straordinari successi di Get Out – Scappa e Us, il regista americano, comico di nascita che con il tempo ha usato l’horror come metafora sociale per portare una sana critica (per lo più di sfondo razziale) alla società odierna, narra e si reinventa ogni volta, riuscendo sempre a cogliere il punto, come un acuto osservatore della contemporaneità per spogliarla delle contraddizioni per mostrare l’effettivo male, contornato dalla solita ironia che ha già contraddistinto la metrica narrativa delle pellicole precedenti, riuscendo con Nope a sfornare non il film completo o, che dir si voglia, vicino al capolavoro, bensì il film dal linguaggio universale, per rispondere a chi criticava pellicole quali Us incompatibili per via del messaggio troppo denso di metafore che si insinuava nella forma.

Nope dunque raccoglie la sfida ed è quel film fatto sul prototipo de Lo Squalo: fratello e sorella scoprono che sopra il proprio ranch c’è qualcosa che somiglia ad un disco volante. Per fotografarlo o imprimere su video l’effettiva realtà dell’oggetto chiamano un operatore cinematografico e un tecnico di videocamere di sicurezza per una missione che li proietterà forse verso la gloria, con l’obiettivo della fama mondiale, magari anche solo per i famigerati 15 minuti, ma essere ospiti da Oprah potrebbe risanare qualche debito per i due fratelli.

Difficile parlare, scrivere o disquisire di Nope senza scendere in tediosi spoiler, di quelli per cui il film compone parte dello scheletro narrativo delle fasi finali: il disco volante è davvero un UFO? Altri personaggi che relazione hanno con questo oggetto? E cosa c’entra il cinema con tutto ciò?

L’ossessione della fama, la ricerca di una perduta notorietà e un discorso riguardo la sottomissione (fisica quanto artistica) che molte volte viene camuffata da un ammaestramento che non rispecchia mai regole di rispetto reciproco. Come un alieno trova irritante l’ossessione nell’essere guardato (e dunque preso come segno di sfida) lo stesso si può dire del selvaggio animale che prende il nome di Hollywood, o globalmente generalizzato con il Cinema.

Nope è un film che riesce ad arrivare facilmente allo spettatore, senza farsi mancare splendide sfumature riguardo i soliti temi cari al regista, ma questa volta, tra l’ilarità e la follia orrorifica, il messaggio appare chiaro e limpido, facilmente imbrigliato in un film potenzialmente devastante nelle fasi finali, quando l’estetica sfugge ai soliti canoni per costruire qualcosa che non riusciamo a definire, ma che ha tutti i contorni di un grosso otturatore fotografico.

In un gioco di specchi (gli stessi di Us, dove il doppio si osserva e muta conseguenzialmente) anche Nope rovescia sempre i ruoli dei suoi protagonisti, con i due fratelli che sono la “nobiltà del cinema” giacché discendenti del primo fantino mai registrato in un video, albori del Cinema dunque, che continuano la loro ricerca del successo con qualcosa di mai fotografato, l’immaginifico che deve essere registrato su pellicola.

Nope inizia parlando del cinema digitale e di tutte le nuove attrezzature in uso quotidiano, per finire il discorso sulla pellicola, specie quella a lastra di metallo, ancora una volta di quella nobiltà che difficilmente morirà nel contesto odierno. Che sia un film di pura avanguardia o meno, Jordan Peele è uno che guarda dietro, rispetta e porta alto il cinema di genere come certi capolavori, per rimodellarlo al suo messaggio universale. Oggi, autori come lui, sono quanto di più raro e prezioso si possa trovare nel pantheon cinematografico.

Gabriele Barducci