TFF40: Nell’atollo umidissimo di Pacifiction

TFF40: Nell’atollo umidissimo di Pacifiction

November 29, 2022 0 By Simone Tarditi

Albert Serra, da lungo tempo un gradito ospite del TFF, questa volta ha messo in un baule le parrucche settecentesche, i ceroni, gli abiti merlettati, le carrozze che hanno reso iconico e riconoscibilissimo ogni suo film in mezzo a mille altri. Con Pacifiction si possono tirare in ballo i termini “rinnovo” o “ringiovanimento” rispetto al cinema dell’autore, spesso iniquamente stigmatizzato per ritrarre una decadenza d’antan così respingente rispetto a quella attuale (come se, in fondo, la storia umana fosse così difforme attraverso le epoche), ma la verità è piuttosto un’altra, ossia che questo è probabilmente il miglior lavoro finora realizzato da Serra. Un complimento che lui stesso si fa, forte degli elogi ricevuti dalla stampa nell’arco degli ultimi mesi dopo la calorosa accoglienza ricevuta a Cannes.

Paranoia. A voler ridurre Pacifiction a una sola parola, sarebbe questa. E, a giudicare le immagini polinesiane “da cartolina”, non si direbbe se non si conoscesse già l’oscuro mondo che Serra è solito portare sullo schermo. Le atmosfere del cortometraggio Cuba Libre (fino a Pacifiction il progetto esteticamente più slegato dal resto della filmografia) tornano a essere respirate qui: l’aria pesante di un locale durante una sera fatta di musica, drink e alcol uguale a tante altre. Un ukulele che suona, delle abbronzate prostitute dai tratti somatici autoctoni in succinti abiti bianco avorio, uomini sovrappeso dentro camicie floreali, danzatori in copricapi piumati, una notte che sembra infinita. Il club Paradise Night funge da ricettacolo di cospirazioni, intrighi, informazioni taciute, ma è all’aperto, nei vari anfratti dell’arcipelago tahitiano dove si svolge la storia, che prolifera la paranoia del protagonista, un officiale governativo dedito alla corruzione. Un individuo spregevole e cinico («I genocidi hanno creato grandi civiltà», citando alla lettera una sua massima) con cui, per i sadici meccanismi del cinema, si entra in empatia lungo le quasi tre ore di film. Convinto di essere spiato e controllato dall’apparato gerarchico di cui non si fida più, l’uomo vive in un delirio gonfiato dal proprio ego e alimentato dall’hybris che lo porta a porsi con arroganza al centro del mondo credendosi superiore a quello che è: un mero funzionario dello Stato che può essere deposto in qualsiasi momento se giudicato inadatto al compito o reo di crimini. Per capirne la personalità è sufficiente notare con quanta cura s’impegni a coreografare un combattimento tra galli per uno spettacolo teatrale piuttosto che prestare attenzione al benessere della scontenta popolazione indigena.

L’Eden che fa da sfondo a Pacifiction, con il suo lussureggiante atollo e i cieli rosa (nonostante la minaccia che test atomici vengano reiterati in loco), costituisce un perfetto contrappeso rispetto alla narrazione che è, sì, ansiogena, ma non come tipicamente la si potrebbe pensare. L’angoscia che il protagonista interiorizza rimane sempre sotto la (sua) pelle, sotto i vestiti eleganti, sotto l’apparenza, mentre lui ondeggia tra poli opposti della psiche, girando attorno a un abisso dal quale, per sopravvivere, sa di non doversi fare risucchiare. Emerge invece dai dialoghi, i quali vertono quasi sempre sull’ossessione che qualcuno stia cercando di incastrarlo. Con lo stesso cinismo di cui arma i suoi discorsi, verrebbe da dire che le preoccupazioni di uno sono le serenità di un altro. Quell’“altro” sono i suoi nemici, invisibili o meno.

Simone Tarditi
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