Percorrendo Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities

Percorrendo Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities

December 19, 2022 0 By Simone Tarditi

Più che un’antologia horror, Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities è un contenitore di grandi ambizioni che al suo interno cela oggetti diversissimi tra loro. La venatura delle trame, vero, è dell’orrore, ma gli otto episodi costituenti la prima stagione solo in rari casi sono concatenati tra loro. Vige infatti un grande principio di libertà nei temi e nello stile, a seconda di chi ha scritto le singole puntate o forse ancora più in base a chi le ha dirette. Il collante sono le immancabili introduzioni curate dallo stesso regista messicano, che fa da brand a questa specifica operazione Netflix con un approccio che ricalca i prologhi dei rivoluzionari show televisivi targati Alfred Hitchcock Presents attraverso la riconoscibile sagoma ingombrante del cineasta, la sagacia e le punte d’ironia, la capacità di accogliere lo spettatore. In Guillermo del Toro manca l’umorismo, non importa e non era richiesto: in fondo c’è da dire che gli anni Cinquanta sono finiti da un pezzo pur essendo quest’epoca per molti versi peggiore.

In Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities c’è di tutto un po’. Ben due adattamenti da H. P. Lovecraft (Pickman’s Model e Dreams in the Witch House, puntate 5 e 6 che nella loro cripticità non risultano essere tra le migliori), un episodio (il n. 2), The Graveyard Rats, che sembra uscire da un libro di Edgar Allan Poe nel suo mostrare come una fobia (per i topi) possa evolversi in deliri paranoici quando la psiche è già compromessa dal disturbo della cleptomania (sull’ossessione per i soldi e sull’incubo dei debiti si presti attenzione anche a Lot 36, che lo precede), un trip lisergico dove droghe e morti violente fanno da padrone (The Viewing, ep. 7) e molto altro.

A conti fatti sono tre le puntate che meritano di essere maggiormente ricordate: la terza, The Autopsy, su una razza aliena che s’infiltra nei corpi umani per governarli come automi, la cui sola sequenza nell’obitorio è talmente da stomaci forti che può salire le prime posizioni in una classifica di scene più raccapriccianti del 2022. L’impressione in più momenti è quella di trovarsi di fronte a La cosa di John Carpenter, un bene più come un male. In The Murmuring (regia di Jennifer Kent), l’ottava, invece l’omaggio viene fatto a Gli uccelli del summenzionato Hitchcock attraverso però una completa rielaborazione della trama accompagnata dalla preservazione di alcuni riferimenti visivi indiscutibili (si veda la scena della soffitta) lungo una storia di fantasmi, case infestate, crisi di coppia e lutti mai elaborati. Al di fuori della consuetudine e della tradizione orrorifica si piazza The Outside diretto da Ana Lily Amirpour, la meno prevedibile di tutte. Tra tassidermie, climi natalizi e pomate miracolose, la puntata fa risuonare un campanello d’allarme su una società che ghettizza i diversi e premia chi, al contrario, si uniforma al prossimo. È uno spaccato del mondo d’oggi (che è probabilmente anche quello di ieri): la scarsa considerazione di sé e del proprio aspetto a causa di modelli irraggiungibili spinge a trasformare chirurgicamente il proprio corpo inseguendo l’illusione che quella sia la chiave per la felicità o se non altro per lo stare meglio. È in realtà un processo di deformazione che genera mostri, questo il succo. Ci sarà una seconda stagione di Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities? Pressoché certo. Ora rimane solo da immaginare quali guest directors potrebbero salire a bordo

Simone Tarditi
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