Una chiosa su An Elephant Sitting Still: il miraggio della speranza

Una chiosa su An Elephant Sitting Still: il miraggio della speranza

May 30, 2023 0 By Gabriele Barducci

C’è un male di vivere opprimente in An Elephant Sitting Still e la storia del suo regista riassume parte di questa sensazione: Hu Bo muore suicida ad appena 29 anni, giusto il tempo di finire questo suo primo e lunghissimo film (più di 230 minuti), montarlo, confezionarlo e poi decidere di togliersi la vita.

Un biglietto da visita struggente quanto potente e il film concentra le sue quattro storie, di quattro persone che abitano e vivono la Cina settentrionale persi tra il grigio della periferia, del cielo, del futuro. Un anziano cacciato di casa dal figlio che lo vuole parcheggiare in un ospizio, un uomo che va a letto con la moglie del suo amico per poi assistere al suicidio di quest’ultimo (impossibile vivere l’onta di essere un marito tradito), una ragazza che scappa da una madre alcolista e un ragazzo che dopo una rissa finita male a scuola viene inseguito dal fratello del suo aggressore. Storie scomode, di fughe, ma anche della costante e necessità di appartenenza, con una costante domanda che si porta dietro tutto il racconto: perché viviamo tutto questo e perché siamo su questo piccolo sasso spaziale?

Verso la metà del film c’è un momento che riassume tutte le intenzioni del progetto: qualcuno dice che “la vita è tutta un’agonia, che inizia quando nasci e finisce quando muori”. È la stessa città che preme e costantemente annienta la possibilità di realizzare un futuro di queste persone che quasi diventano delle trottole, un giocattolo dedicato all’attività ludica di poco tempo, anni, per poi cessare l’esistenza e sparire da questa Terra, senza troppe domande o complimenti.

Non si tratta di una visione pessimista, bensì di una fotografia attuale di come la società contemporanea tenda a spremere i suoi abitanti, chiedendo sforzi costanti senza mai restituire nulla. Le stesse azioni che intraprendono, che sono alla base delle loro parentesi narrative, sono esigenze primordiali, quasi tutte riconducibili alla semplice sopravvivenza dell’io, una visione egoista e minimale delle loro stesse esistenze, vivere oggi, per non chiedersi poi cosa succederà domani.

La ragazza che fugge dalla madre alcolizzata e da una vita che le sta sempre più stretta, a fuga avvenuta e ultimata, riuscirà poi a trovare un senso di esistere? La vita tornerà ad essere piena o meno? Risposte non ne abbiamo.

Ma come sempre, alla fine del tunnel, c’è il miraggio di qualcosa di migliore. Un miraggio però, perché nel suo essere estremamente pragmatico, An Elephant Sitting Still non si perde d’animo nel rendere ogni speranza vana. Un film di persone, di passi, schiene, nuche e sguardi persi al domani, sempre più nuvoloso, sempre più opprimente.

Gabriele Barducci
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