Oh, Marlowe, ancora tu

Oh, Marlowe, ancora tu

June 16, 2023 0 By Simone Tarditi

Sul nuovo installment del detective Marlowe la critica ha puntato il fucile a canne mozze ancor prima che uscisse nelle sale. Il motivo principale di questo odio immotivato? Il fatto che di Raymond Chandler, creatore del personaggio, non vi fosse neanche più il fantasma dal momento che non è da una sua opera letteraria che vi si è attinto il materiale per il film, proveniente invece da una fonte apocrifa. Ok, non è il massimo e il pregiudizio ha senso di esistere, ma, cercando di essere totalmente onesti, quanti fan degli storici Marlowe (quelli interpretati sullo schermo da Bogart, Mitchum, Gould, …) conoscono a menadito i libri di Chandler? Silenzio … come volevasi dimostrare.

Questione di lana caprina il voler aggrapparsi al concetto di purezza di un film o di un romanzo. Nessuno ha mai davvero creato davvero nulla di nuovo da Omero in avanti, al massimo c’è chi è stato bravo ad arricchire la lingua, proporre variazioni su temi principali, rendere accessibile a tutti un determinato prodotto “universalizzandolo”. Il Marlowe di Neil Jordan non ridefinisce alcunché del genere di appartenenza, non era questo il suo scopo. Al contempo, però, sarebbe miope non notare quanta cura e conoscenza del cinema noir (più ancora che di Chandler, probabilmente) vi sia in ogni scena e in ogni scelta. Cos’è, perciò? Un omaggio? Un’operazione nostalgia? Un revival? Qualunque cosa sia Marlowe, meriterebbe meno attacchi di quelli che ha ricevuto e un briciolo in più di sostegno perché non è stata fatta a brandelli nessuna legacy, ma anzi essa è stata trattata coi guanti. E a chi se la sente, scorgendone difetti, di paragonare Liam Neeson agli attori citati prima solo perché più manesco e dal grilletto facile, c’è solo da dare un consiglio: andare oltre o andare altrove.

Ambientato in California nell’ottobre del 1939 mentre in Europa – e a informarci è un programma radiofonico nei primi minuti di film – è in corso l’invasione della Polonia, Marlowe vede l’omonimo investigatore privato alle prese con un caso di sparizione sullo sfondo dell’industria cinematografica di serie B. A differenza di Il grande sonno, la narrazione non è ingarbugliata e tutto procede nel segno di una linearità priva di particolari plot twist. Marlowe è un tripudio di tutti gli stereotipi del genere noir (dai borsalino in testa ai mitragliatori Thompson) e che classicamente guarda ai classici del passato, con rispetto (forse troppo). Lo stesso protagonista è un manifesto vivente dell’integrità morale e della professionalità, lo si capisce quando rivela che il caso che sta seguendo vale per lui più dei soldi che gli vengono offerti per lasciarlo perdere. Egli è lo specchio riflesso del mondo marcio nel quale si muove, quello del cinema, popolato da giovani attrici le cui madri consigliano loro di scoparsi quanti più pezzi grossi possibile per fare carriera e, dall’altro lato, uomini potenti alla ricerca di piacere. Su quest’ultimo punto Marlowe si sofferma in particolare. I produttori cinematografici vengono descritti come individui perversi e bruttissimi, che da poveri non hanno mai ricevuto alcuna attenzione da parte delle donne e che, una volta arricchitisi, hanno iniziato a infliggere al genere femminile umiliazioni d’ogni tipo. Viene detto ciò senza che si scivoli mai in una propaganda #MeToo fine a se stessa: infatti anche le protagoniste, interpretate da Diane Kruger e Jessica Lange, non sono come si suol dire “farina da far ostie”.

Simone Tarditi