Tutto bene, Indy per cui …

Tutto bene, Indy per cui …

July 6, 2023 0 By Simone Tarditi

Indy 5, formalmente conosciuto come Indiana Jones and the Dial of Destiny, è in pratica Stargate che incontra Cabiria di Pastrone. Varchi temporali, specchi ustori, linguaggi in codice, Archimede, … nel pot-pourri che è questo definitivo capitolo nella saga (se non altro con Harrison Ford protagonista in carne ossa) trovano spazio una miriade di idee che azzardatamente vengono accostate tra loro attorno a un tema principale, quello della lotta con i postumi e i rigurgiti del Nazismo. Ne deriva un grande cinema d’intrattenimento realizzato con perizia di mezzi, intelligenza, immaginazione e fantasia, elementi (questi ultimi tre) che di recente parevano spariti dal radar dei blockbuster. Merito di James Mangold, regista troppo spesso svalorizzato dai cinefili, e di un team attorno a lui conscio di non dover per nessun motivo fare cazzate o, peggio, di commettere gli errori del ripetitivo e alquanto idiota Kingdom of the Crystal Skull.

Se i giochi son fatti e finiti, come sembra, di sequel non ne sentiremo più parlare. Vuoi per l’età anagrafica dell’attore protagonista – i suoi ottanta e più anni sono portati splendidamente, roba da metterci la firma, ma c’è un limite per tutti –, vuoi perché il personaggio è giusto che si goda una meritata pensione, le uniche porte aperte sono quelle di eventuali spinoff (con Phoebe Waller-Bridge, sempre che interessino al pubblico) e innanzitutto dei prequel. Il cammino sembra tracciato: la tecnologia ha reso praticamente perfetta la ricreazione del volto di Ford da giovane e anche i più minimi difetti potranno essere sistemati da qui a poco con l’evoluzione della computer grafica. Animazione digitale e riprese dal vero si fonderanno sempre più armoniosamente in futuro e dal punto di vista della potenzialità delle narrazioni ciò può essere solo che un bene. Il lasso di tempo all’interno del quale i cinque Indiana Jones si svolgono parte nel 1936 e termina nel 1969 (con alcune tappe bonus: quella del 1912 nel terzo film e un’altra, per così dire “arcaica”, nell’ultimo), quindi quante storie ci sarebbero da esplorare nel periodo che intercorre nel mezzo oppure in quello antecedente ai fatti di Raiders of the Lost Ark? Infinite. Un aspetto con cui fanno i conti sia Indy sia questo testamentario capitolo concerne proprio l’infinità delle vie percorribili. Lo snodo più importante si verifica nell’atto finale, quello in cui si acclara l’esistenza di un modo per viaggiare nel tempo, un punto di rottura che più coraggioso non si potrebbe dal momento che ognuno dei quattro film precedenti è stato invece ancorato alla contemporaneità dell’epoca in cui era svolto. È scientemente che si è fatto ciò, per allungare la vita di Indy nell’unica direzione per lui pensabile: all’indietro, verso il passato.

 

Simone Tarditi