Quell’unica volta in cui Douglas Sirk si diede al genere western

Quell’unica volta in cui Douglas Sirk si diede al genere western

August 29, 2023 0 By Simone Tarditi

Difficile pensare che Douglas Sirk, il re del melodramma classico hollywoodiano, si sia dedicato anche solo in un’occasione al western (Taza, Son of Cochise, 1954), all’epoca un genere considerato perlopiù (e dai più) “basso” e di scarso valore. Eppure, leggendo il libro-intervista Lo specchio della vita (in Italia edito per Il Saggiatore), viene alla luce l’impensabile, ossia che per Sirk il western era, se non il suo genere preferito, quello a cui avrebbe voluto dedicarsi maggiormente. Si confida infatti così al giornalista Jon Halliday: «Se fossi stato americano probabilmente sarei diventato un regista di western, il cinema americano par excellence; puoi girare in esterni quando vuoi, ed è lì che mi piace stare». È una dichiarazione importante, soprattutto per il suo essere spontanea, non richiesta né indagata da chi gli sta facendo le domande. Cosa ne sarebbe stato della sua carriera se ne avesse diretti di più? Avrebbe potuto cambiarne le sorti e firmare qualche pietra miliare? Impossibile determinarlo. Colpisce però quel suo sottolineare di non avere origini americane, quasi fosse stato all’epoca l’assunto base per poter girare un western. Una sciocchezza, in tutta onestà. Se così fosse stato, l’austriaco Fritz Lang non ne avrebbe diretti tre, l’ungherese André De Toth una decina, il polacco Rudolph Maté sette. Tutti negli stessi anni in cui lavora anche Sirk. Più probabile è che i suoi produttori non lo giudicassero adatto a quel tipo di pellicole e che a lui, lì per lì, andasse benissimo dirigere altro (non solo melò, ma anche noir, commedie, musical, film di guerra).

Se è vero che lo studio system pretendeva dai suoi registi che fossero in grado di gestire abilmente ogni tipo di sceneggiatura, altrettanto vero è che ognuno di loro maturava col tempo una specializzazione in determinati generi. Oltre a questo, era diffuso nei confronti del western un pregiudizio anche da parte dei critici, sempre che “critici” possano essere definiti i giornalisti che all’epoca, negli USA, si occupavano di cinema. A proposito di ciò, ecco il pensiero di Sirk: «Nessuno capiva l’importanza del western nel cinema americano, né l’importanza del cinema per la cultura americana. (…) Ma ogni riflessione sul cinema americano, a mio avviso, deve passare da una riflessione sul western e sul melodramma, e per farlo deve partire da una critica specificamente cinematografica». Un interesse, questo di Sirk, che pare più da studioso che da regista.

Sempre dall’intervista emerge anche un lato cinefilo quando si trova a dover parlare di quello che è stato (anche, ma non solo) il più grande cantore sul grande schermo dell’epopea West, John Ford. «Lo adoro. (…) Mi sono ritrovato ad amare l’inconfondibile aspetto irlandese, che si combina perfettamente con il suo talento per il western», ammette candidamente. Incoronato Ford, Sirk non si pone problemi a parlare anche di colui che ne è stato un erede, ossia Budd Boetticher: «Spesso girava nel set vicino al mio, ci incontravamo la mattina prima di andare al lavoro e gli dicevo: “Ehi Budd, che stai facendo?”. E lui: “Ehi Doug, niente di particolare, uno schifoso vecchio western. E tu?”. E io: “Oh niente, uno schifoso vecchio melodramma”, e andavamo a lavorare. Ma per me aveva un modo di fare western che mi sembrava nuovo, fresco, moderno».

Venendo a Taza, Son of Cochise, sarebbe un errore madornale paragonarlo alle coeve pellicole di Ford e Boetticher. Douglas Sirk non padroneggia il genere secondo i canoni comuni, bensì si approccia al western con il suo stile e, soprattutto, con il suo ritmo (meno concitato, più pacato) e con il suo registro narrativo più improntato al racconto dei sentimenti o degli struggimenti interiori dei personaggi che al mostrare scontri e scorribande. Va detto, comunque, che nell’ultima sezione del film c’è una convulsa scena di battaglia tutt’altro che gestita senza cura per il pathos.

La trama di Taza, Son of Cochise ruota attorno allo scontro tra due fratelli Apache dalle idee opposte: Taza (Rock Hudson) vorrebbe proseguire la pace coi bianchi, mentre Naiche (Bart Roberts) è sul piede di guerra. A ciò si aggiunge la lotta per accaparrarsi la stessa donna, Oona (Barbara Rush, che dall’alto dei suoi 96 anni è ancora viva mentre questo articolo va online), la quale vuole stare con Taza. Complice anche la breve durata (79 minuti), il film va poco oltre a questo triangolo di sangue e amore. L’approccio di Sirk sembra però più orientato alla descrizione del modus vivendi della tribù indiana, c’è infatti un piglio simil-documentaristico nel soffermarsi su cerimonie rituali (sepolture e matrimoni), sugli abiti e i copricapi, sull’oggettistica. Il regista mostra folklore e quotidianità dimenticandosi a tratti di dover portare avanti una storia di lotte sia interne che esterne.

Sirk rievoca in questi termini la lavorazione di Taza, Son of Cochise: «Volevo fare un western. Dopo Il capitalista Rock Hudson voleva lavorare di nuovo con me, e facemmo quindi questo film in cui lui recita la parte di un indiano. Lui voleva questo ruolo, ma quelli della Universal non erano particolarmente entusiasti di fargli interpretare ancora una volta un indiano. (…) Io ero felice di andare nel deserto e stare un po’ tra gli indiani: questa era la ragione principale per la quale decisi di fare il film. Mi interessavano molto gli indiani, e ho provato a inserire molti aspetti relativi alla loro cultura. Le riprese si svolsero interamente nello Utah, per lo più nei pressi di Moab e un po’ nella regione dell’ultimo tratto del fiume Colorado. Girammo tutto in esterni, improvvisando molte cose. C’erano poche scenografie, ma vennero costruite tutte sul posto, anche con l’aiuto degli indiani».

Guardando il film, che l’interesse maggiore di Sirk sia per gli indiani è chiarissimo. Anzi, è l’aspetto che rende questo western così particolare: essi sono sempre protagonisti, mentre la cavalleria americana è sempre posta in secondo piano. L’attenzione è quindi rivolta agli oppressi e non agli oppressori, ribaltando quella che era una pratica abbastanza comune nel cinema di allora. Non fa nulla di rivoluzionario Sirk, da D. W. Griffith in poi è lunga la lista di cineasti che prima di lui hanno “preso le parti” dei nativi americani. Insolito, invece, è il ritratto privo di edulcorazione che ne fa: se è vero che non li descrive come selvaggi brutali, vero è anche che non rinuncia a esibirne difetti e storture simili a quelle dei bianchi, i quali sono in maniera altrettanto bilanciata presentati più come dei prevaricatori che degli onesti.

Figura spartiacque tra queste etnie è proprio Taza. «Tra i miei personaggi intermedi è quello più carico di simboli. È un indiano, ma in lui sono penetrati alcuni elementi della civiltà occidentale», afferma Sirk. Due appunti su questa dichiarazione. Uno, Taza è in bilico tra i due mondi. Protegge il suo popolo e al contempo media con i bianchi. Arriva persino a vacillare: quando indossa l’uniforme dell’esercito statunitense dà l’impressione (alla sua gente e agli spettatori) di stare letteralmente “cambiando casacca”, salvo poi ergersi quale difensore della tribù nella succitata battaglia finale. Due, il suo assimilare elementi della cultura altrui non va interpretato, sul piano della narrazione, come qualcosa di svilente o di degradante, bensì come prova d’astuzia per consolidare il suo credo e, contemporaneamente, il riconoscimento dei suoi nemici. C’è un piano ulteriore e riguarda Douglas Sirk come individuo. Quando parla di «elementi della civiltà occidentale» si tiene sul vago. Tali parole vanno ulteriormente interpretate. Conoscendo infatti la sua avversione assoluta nei confronti di Adolf Hitler (questo western viene girato neanche dieci anni dopo la conclusione della WWII), come fare a non interrogarsi sul fulmine dipinto sul petto di Rock Hudson, così simile al simbolo delle SS (Schutzstaffel), o alla collanina raffigurante un’aquila che, sì, sarà stata anche un animale caro agli indiani, ma è nella medesima posa di quella raffigurata nello stemma nazista? Quale metafora Sirk vuole nascondere dietro a queste scelte: che gli USA sono una nazione nazi-fascista? Che il male perpetrato dai coloni ai danni dei nativi è il medesimo dei nazisti nei confronti dei popoli sottomessi? Che l’identità è stata compromessa? Oppure, molto più semplicemente, Sirk si diverte a mescolare segni e simboli, confondendo le acque sulle proprie intenzioni, sempre che ce ne siano? Ecco che un western minore come Taza, Son of Cochise può fornire se non delle aperte risposte, se non altro dei giusti interrogativi.

Simone Tarditi