Le palle d’acciaio di The Caine Mutiny Court-Martial

Le palle d’acciaio di The Caine Mutiny Court-Martial

September 11, 2023 0 By Simone Tarditi

Fuori da un ristorante di Los Angeles, nell’estate del 2021, un paparazzo fermò William Friedkin e, dopo avergli chiesto se avesse un nuovo film in cantiere, si sentì rispondere che stava lavorando a un nuovo adattamento di The Caine Mutiny Court-Martial, pièce teatrale di Herman Wouk, a sua volta scrittore del romanzo L’ammutinamento del Caine. A chiunque guardò quel video sembrò la solita goliardata alla Friedkin, che aveva girato l’ultimo film ormai dieci anni prima e che, lungo la sua sessantennale carriera, aveva annunciato più progetti di quelli che poi era riuscito a realizzare (a tal proposito, dopo la sua morte, IndieWire ha stilato un’interessantissima lista che nonostante sia lunghissima, è lontana dall’essere completa).

Un anno dopo, il 29 agosto 2022 (una data benaugurante essendo il compleanno di Friedkin), Deadline annunciò che effettivamente era tutto vero: il regista si apprestava a dirigere Kiefer Sutherland nei panni di Queeg, il capitano di corvetta che per inadeguatezza al ruolo spinge parte della sua ciurma a sostituirlo al comando durante una missione navale. Sulla scia dello spettacolo originale, l’azione si svolge tutta in un’aula di tribunale e ha per oggetto il processo contro chi ha causato l’ammutinamento.

Seguendo la medesima pratica di 12 Angry Men (1997), dove però a occuparsi di un aggiornamento era stato Reginald Rose (lo stesso autore del testo teatrale mirabilmente reso un film da Sidney Lumet), con The Caine Mutiny Court-Martial Friedkin rinnova il dramma di Wouk (morto nel 2019) abbandonando l’ambientazione del febbraio del 1945 e collocando temporalmente lo svolgimento degli eventi all’inizio del 2023, ossia negli stessi giorni in cui gira il film. Datazione a parte – in fondo, Friedkin ha sempre dimostrato di essere più interessato a calare l’azione dei suoi film nel presente piuttosto che ricostruire epoche passate, cosa che ha fatto molto di rado – la fedeltà alla pièce è incontestabile: nulla è stato rivoluzionato, l’iter del processo è rimasto identico e così anche la quasi totalità delle battute. L’ammodernamento ha comportato lievi modifiche, per così dire, obbligatorie: l’annullamento di aggettivi quali queer, che in Wouk era usato nell’accezione di “strano” e che oggi darebbe adito a fraintendimenti, e di espressioni come «poor colored boys» per definire gli afroamericani, oppure la rinuncia a dare qualsiasi connotazione ebraica alla storia o al personaggio dell’avvocato Greenwald (l’attore Jason Clarke), vuoi perché è stato sostituito il setting della seconda guerra mondiale, vuoi perché allora Wouk aveva infuso nelle pagine di The Caine Mutiny Court-Martial il suo credo in quella religione, la stessa con cui da piccolo era stato cresciuto anche Friedkin, il quale, però, da adulto si è spesso definito “agnostico”.

Il regista spazza via ogni parentela con il celebre film del 1954 L’ammutinamento del Caine, che era tratto dal romanzo, mantenendo solo qualche sfumatura del personaggio di Queeg interpretato da Humphrey Bogart: Kiefer Sutherland recupera gli stessi tic nervosi e un po’ della voce e dell’accento. Compresso fisicamente nel ruolo di un immaturo paranoico, Sutherland diventa Queeg incassandosi su se stesso e dando l’impressione di un uomo minuto, molto più di quello che è. Anche Bogart non era un gigante, ma grazie alla magia del cinema e della televisione entrambi son sempre sembrati più imponenti. Riutilizzate, per non dire “riciclate”, sono anche le biglie d’acciaio che Queeg sfiora per calmare i tremori generati dalla tensione interna. La simbologia sessuale dell’atto simil-masturbatorio è palese tanto in Wouk quanto in Friedkin (e lo era anche nel film di Edward Dmytryk nonostante la castità degli anni Cinquanta in Technicolor): Queeg strofina quelle palle metalliche come farebbe, se potesse, con i suoi testicoli, al fine di sfogare lo stress e rilassarsi.

The Caine Mutiny Court-Martial offre la possibilità a Friedkin di poter tornare su uno dei suoi temi prediletti, l’indagine su cosa sia, cosa significhi e se esista davvero la “verità”. Le versioni che di essa vengono prodotte in sede di tribunale rendono impossibile stabilire con chiarezza chi abbia ragione e chi no. Queeg è inadeguato al comando oppure ha avuto solo una crisi? Avrebbe meritato di essere consigliato dai suoi sottoposti piuttosto che essere privato del potere di decidere? Il ribelle Maryk (Jake Lacy) ha dato retta a dei pregiudizi o ha compiuto una scelta saggia? Gli avvocati di entrambe le parti chi e cosa vogliono difendere: i loro assistiti o l’onore della marina militare? Sono lì per fare carriera o perché mossi dal desiderio di ristabilire l’ordine? Se la distorsione della realtà e la confusione nel tentativo di fare luce sui fatti diventano evidenti dopo pochi minuti, il film pone l’attenzione maggiore sulla psiche di Queeg, evidenziandone tutte le problematicità. Questo personaggio ci viene illustrato come codardo e negligente, un uomo che aggiusta la verità sempre a suo vantaggio per autogiustificarsi e i cui schemi di comportamento sono dettati da un complesso di inferiorità (sebbene, come viene detto più volte, esso sia “ben compensato”, il che gli permette di svolgere comunque le sue mansioni di comandante). In fase processuale, Queeg viene difeso dall’avvocatessa Challee (Monica Raymund), un osso duro in grado di smontare (quasi) ogni tesi avversaria. Osservandone le arringhe, è palese che s’impegni per restituire alla corte un ritratto di Queeg che non corrisponde al vero, anche se le sue capacità oratorie sono tali da far sembrare credibile tutto quel che esce dalla sua bocca. E solo dopo circa metà film che il giudice Blakely (il compianto attore Lance Reddick, a cui il film è dedicato, morto circa un mese dopo la fine delle riprese) comincia a rendersi conto che il Queeg descritto da Challee è tutto tranne che un comandante esemplare.

La consapevolezza di stare forse girando il suo ultimo film ha spinto Friedkin a rinunciare alla tentazione di utilizzare toni cupi per il teso legal drama di Wouk e a ricorrere quanto più possibile a situazioni da commedia (per non dire propriamente comiche, come possono testimoniarlo le molte risate del pubblico echeggiate all’interno delle sale dell’ottantesima Mostra del Cinema di Venezia dove The Caine Mutiny Court-Martial è stato presentato). Alcune delle deposizioni in aula innescano risate, non stati d’ansia, perché i resoconti della vita a bordo del Caine sono così strampalati da risultare buffi. Attenzione, non caricaturali perché l’integrità della marina militare statunitense non viene mai messa in discussione, anzi. The Caine Mutiny Court-Martial affronta infatti quella che è stata un’anomalia circoscritta all’ambito della finzione dal momento che mai si è verificato un ammutinamento nella storia americana. Perseguendo finalità narrative diverse, Rules of Engagement (2000), uno dei film più sottovalutati di Friedkin nonché uno dei suoi preferiti, propone un analogo excursus nelle forze armate americane, delineandone limiti e zone d’ombra, virtù e motivi d’orgoglio. Difficile non scorgere in tutta la sezione dedicata alla corte marziale contro il protagonista (uno straordinario, come sempre, Samuel L. Jackson) il germe dell’ultimo film di Friedkin, per non dire una concreta influenza del testo di Wouk.

Sul suo profilo Twitter, Guillermo del Toro, amico di Friedkin e backup director sul set, si è lamentato della decisione presa dalla distribuzione di trasmettere il film direttamente su Showtime e, a stretto giro, di farlo atterrare sulla piattaforma Paramount+, saltando in toto un’uscita nelle sale. Ha senso quel che dice, soprattutto se si considera tanto lo status del regista quanto il fatto che sia il suo testamento cinematografico, ma è chiaro a chi l’ha visto in sala quanto il grande schermo non sia la sua giusta dimensione. A livello meramente visivo, The Caine Mutiny Court-Martial è roba da televisore o schermo di un computer. Se fosse ancora vivo, lo direbbe Friedkin in carne e ossa, che negli ultimi due decenni ha sempre tifato per la circolazione dei film attraverso, prima, DVD e Blu-Ray e, dopo, per mezzo dello streaming. Era uno che già nel 2013, ossia molto prima della massiccia diffusione del fenomeno delle piattaforme, ammetteva che non gliene fregava nulla di cosa proiettasse il cinema vicino a casa sua e che non avrebbe per nessun motivo fatto a cambio con una visione in ambiente domestico. The Caine Mutiny Court-Martial è concepito per essere fruito in questo modo, prima lo si accetta meglio è. Ciò non significa che il film sia un’operazione televisiva (luogo, la Televisione, dove il regista si era formato da giovane, tra l’altro) o che registicamente non abbia nulla da offrire.

Friedkin sapeva benissimo che la potenza maggiore sarebbe stata quella del manoscritto di Wouk, da lui trasposto operando una sintesi sostanziale sul piano delle immagini. E del montaggio, che è totalmente anti-enfatico e non mira a costruire volutamente alcun tipo di pathos. Tuttavia, egli ha reso personale questo progetto riversandovi quella che era ormai la sua fragile condizione fisica di uomo costretto su una carrozzina elettrica: si faccia caso a quante inquadrature dal basso verso l’alto vi siano all’interno di The Caine Mutiny Court-Martial, quasi come se il punto di vista del regista (seduto, per cause di forza maggiore) sia stato traslato direttamente e senza intermediazioni all’obiettivo della macchina da presa digitale. Se per Yasujirō Ozu si è spesso parlato di pillow shots per quelle riprese ad altezza tatami, riguardo a questo postumo film di Friedkin si può parlare di wheelchair shots? Con tutto il rispetto che si deve a un maestro del suo calibro, lo stesso rispetto per la “vecchia guardia” di cui si parla nell’ultima scena (con tanto di riferimento alla ferita dell’11 settembre 2001, il corrispettivo nel nuovo secolo di quello che fu Pearl Harbor per il Novecento statunitense), con quell’inquadratura finale che non potrebbe chiudere meglio il cerchio di un’intera filmografia che ha indagato la dualità dell’essere umano in pressoché ogni declinazione.

Simone Tarditi