Some Shooter, quel film muto contenuto in Killers of the Flower Moon

Some Shooter, quel film muto contenuto in Killers of the Flower Moon

November 24, 2023 0 By Simone Tarditi

In Killers of the Flower Moon appaiono alcune locandine fuori dal cinema della città di Fairfax, come quella di Some Shooter (1920) con l’attore Hoot Gibson, una star dei primi western muti, diretta anche da John Ford tra il 1917 e il 1921 (dei titoli girati insieme, a oggi sopravvive unicamente By Indian Post, in cui però Gibson non è protagonista). Il suo è un nome ormai ricordato solo dagli appassionati del genere, nonostante egli abbia avuto una trentennale carriera anche dopo l’avvento del sonoro (sempre sotto l’egida di Ford, nel 1959 Gibson compare in Soldati a cavallo in quella che si rivelerà ufficialmente come la sua penultima interpretazione). Al pari di Ernest Burkhart, il personaggio realmente esistito nei cui panni vediamo Leonardo DiCaprio, anche Hoot Gibson si era arruolato nell’Esercito e aveva partecipato alla prima guerra mondiale (i due furono stazionati in Francia). Al rientro in patria, la carriera d’attore lo portò ad avere grande successo negli anni Venti, mentre la vita di Burkhart divenne via via sempre più sanguinaria, come racconta Martin Scorsese nel suo nuovo film.

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Condividendo la sorte toccata a gran parte della cinematografia muta, Some Shooter, conosciuto anche col titolo di The Shootin’ Fool, è attualmente considerato perduto. Si tratta di un breve film in due rulli della durata compresa tra i quindici e i venti minuti, né più né meno. Non potendolo visionare, tocca accontentarsi di leggerne la trama. Questa è la sinossi pubblicata su «The Moving Picture Weekly»:

Uno degli sport preferiti da Tim Morgan è di tenere tutti all’erta sparando con la pistola, cosa che fa solo per tenersi in allenamento. Nessuno all’interno della comunità ha il coraggio di dirgli quanto sia fastidioso fino a quando Daisy McAlester e suo padre, alla ricerca di un clima più benefico per la di lui salute, si trovano esattamente sulla traiettoria dei proiettili e Daisy vede sparati via i fiori decorativi dalla punta del cappello. Resosi conto dell’azione compiuta, Tim si profonde in scuse, con grande piacere della destinataria che di colpo s’invaghisce di lui e della sua franchezza.

Daisy e il padre prendono alloggio in un albergo di Prickly Heat, dove James Durbin, recentemente arrivato, è in qualche modo attirato dai loro modi. Egli origlia mentre discutono su dove nascondere i propri beni per tenerli al sicuro ed escogita un piano per impossessarsi dei soldi mentre padre e figlia sono in giro a cercare un ranch da comprare. Poco dopo, Daisy e il padre vengono presi di mira da alcuni banditi e in loro salvataggio arriva Tim, che si sta esercitando nei paraggi. Durbin, presente anche lui, punta la sua pistola contro Tim, facendolo passare per un bandito dal momento che ha tra le mani i soldi recuperati dai rapinatori. La faccenda si fa alquanto brutta per Tim fino a quando lo sceriffo della zona, confrontando una foto segnaletica, scopre che Durbin è un criminale in fuga. Messo alle strette e non riuscendo a scappare, Durbin viene arrestato e finisce in carcere.

Qualche anno dopo, Tim e Daisy, sono diventati marito e moglie. L’uomo, nell’atto di sparare come ai vecchi tempi, viene da lei pesantemente redarguito per stare dando il cattivo esempio ai loro figli.

Niente di particolare da rilevare sul piano della trama, che è lineare e piena dei leitmotiv del western: fughe, rapine, banditi, innocenti accusati ingiustamente, l’amore che trionfa alla fine. Some Shooter è quello che si definirebbe un film nella norma dell’epoca. Il tentativo d’impossessarsi di denaro altrui è l’elemento in comune con Killers of the Flower Moon, ma la lista di western che prevedono un intreccio simile è sterminata. Alla luce del suo inserimento nella pellicola di Scorsese sorgono tuttavia delle domande. Che il regista newyorkese ne possegga una copia? Possibile, ma improbabile. Perché, allora, mostrarne platealmente il manifesto? Per stabilire un legame tra Gibson e Burkhart, entrambi reduci, ma con volontà e destini diversi? Per marcare un’analogia tra il bel volto disegnato (più bello di quello del Gibson in carne e ossa) e quello di DiCaprio (imbruttito per interpretare Burkhart)? Per fare dell’ironia sulla finta violenza esperita sullo schermo di una sala e quella praticata al di fuori? Per avere una risposta, bisognerebbe chiedere a Scorsese o al team che ha curato le scenografie.

Simone Tarditi