TFF41: Decapitando (in gloria) Kubi di Takeshi Kitano

TFF41: Decapitando (in gloria) Kubi di Takeshi Kitano

December 4, 2023 0 By Simone Tarditi

In esclusiva italiana alla 41° edizione del Torino Film Festival dopo il passaggio alla kermesse di Cannes, Kubi di Takeshi Kitano è la riprova di quanto il talento (registico e attoriale) non stia smettendo di radicalizzarsi in un’autorialità unica e immediatamente distinguibile. La prima scena, ambientata a Osaka nell’autunno 1579, costituisce un’introduzione esemplare: lungo un fiume, là dove l’acqua è più bassa, giace il cadavere di un guerriero con ancora addosso l’armatura. Dal corpo senza testa, escono dei granchi che si stanno nutrendo di quella carne umana. L’immagine è d’impatto e fornisce al pubblico un’informazione chiave: la decapitazione di individui di ogni genere ed estrazione sarà il filo conduttore di Kubi.

Due ore e dieci minuti di lotte per il dominio di terre giapponesi in epoca Tenshō, questo è il nuovo (agognatissimo) progetto del maestro Kitano, che con Kubi adopera l’ambientazione feudale per proseguire l’ideale racconto dello scontro tra uomini per la supremazia del proprio gruppo (si veda la trilogia di Outrage, rimanendo nell’ambito della sua filmografia dell’ultimo quindicennio). Prendendo Kubi, la differenza tra signori locali cinquecenteschi e membri della yakuza sembra stare più nelle armi utilizzate (pur vedendosi qui moschetti e pistole) che nelle missioni da compiere. Il fine che perseguono i personaggi di questi film è grosso modo lo stesso: distruggere il nemico e prendere il suo posto. Una distruzione che è fisica oltre che “gerarchica”: una testa tagliata è per eccellenza la prova di un’uccisione, senza la quale non c’è certezza che qualcuno sia davvero morto. Nelle logiche del film di Kitano, smembrare un individuo è un atto dalle caratteristiche fondamentali perché ne va il futuro di chi rimane in vita.

Tra gli aspetti più interessanti di Kubi c’è sicuramente quello legato al dialogo con la tradizione: l’autore non vuole didatticamente illustrare come sono andate le cose – anche perché, con tutta l’esagerata violenza mostrata, si corre il rischio della parodia storica – ma prendere alcuni eventi realmente avvenuti per drammatizzarli, inscenarli, a proprio piacimento. Giusto per citarne uno, c’è un elemento della trama, che ruota attorno al desiderio di un imbecille di diventare soldato a tutti i costi, cioè fino al punto di rubare un’armatura, presa in prestito da Ugetsu Monogatari (Kenji Mizoguchi, 1953), ma Kitano va oltre il mero omaggio e rende personale persino qualcosa che non ha inventato. Il regista accorpa quindi storia dell’umanità e storia del cinema e ne fa materia di divertimento (suo e nostro), azzerando del tutto la serietà e la verosimiglianza. Egli stesso è il primo a mettersi alla berlina come attore: ridicolmente pelato secondo l’uso dei tempi, pieno di tic, analfabeta, stupido (prende in mano un cannocchiale, non ne capisce la funzione e dice «Cos’è questa merda? Chi me l’ha data?»), fifone, e con un soprannome (“Scimmia”) che non si leva di dosso nemmeno quando ha il potere di farlo. In Kubi poi ci sono anche ex ninja barzellettieri, attempate geishe (con capsule di veleno tra i denti), travestiti che si prostituiscono, e via discorrendo, ognuno con un catalogo di comportamenti esasperati. Tra i momenti più surreali va ricordato il festival di preghiera, dove i partecipanti danzano fino a perdere i sensi, auspicando di morire il prima possibile perché non sopportano più quel mondo. Qualcuno avrà difficoltà a dargli torto.

Simone Tarditi