Il ragazzo e l’airone tra simboli e crescita

Il ragazzo e l’airone tra simboli e crescita

January 16, 2024 0 By Stefano Calzati

La guerra riesce nell’impresa di far sentire in colpa anche i più innocenti. Il tormento di un ragazzino che
non riesce a strappare la madre alla morte, come se quelle fiamme avrebbero potuto essere sconfitte
giusto con un pizzico di volontà in più, di forza in più. La coscienza ustionata da una perdita terrificante,
l’onda d’urto della colpa che arriva devastante dopo il boato delle bombe.

L’animo di Mahito è indurito, gli incubi sono ricorrenti, e il trasloco nella casa della zia Natsuko, nuova moglie del padre (spesso assente per motivi lavorativi), sfarzosa, immersa nella campagna giapponese, lontana dagli amici, da una quotidianità ormai spazzata via, non aiuta. La solitudine diventa però, piano piano, una preziosa alleata; il giardino della residenza richiama antiche suggestioni, leggende che, ai suoi occhi, prendono forma nell’incontro/scontro con un airone cenerino, tradizionalmente messaggero degli spiriti, tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

La scomparsa della zia, vista dal ragazzo addentrarsi nel bosco e l’ingannevole promessa dell’airone
di riportarlo dalla madre, diventano la spinta per varcare quel confine, addentrandosi nella perturbante
torre che svetta dal lato opposto della proprietà, costruita dal prozio attorno ad un meteorite. Un corpo
estraneo conficcato nella terra, un passaggio, una porta, verso un luogo “altro” dove perdersi per ritrovarsi.

È il rito di passaggio che dovette già affrontare Chihiro ne La Città Incantata e che Miyazaki rielabora e
osserva da un altro punto di vista, malinconico, imponendosi di ricoprire un ruolo nella vicenda,
aggiungendo sfumature autobiografiche e, perché no, lasciandosi suggestionare dal lavoro del collega
Hiromasa Yonebayashi, autore di Quando c’era Marnie (2014), con cui si notano vari punti di contatto. Un
Creatore verso la fine dei suoi giorni, che si interroga su cosa lascerà ai posteri, su chi potrà farsi carico della sua eredità artistica ma anche se questo, in fondo, sia realmente necessario. Mahito (con cui condivide molti tratti in comune) è l’incarnazione della sua speranza, un Dante bambino finito troppo presto nella selva oscura, accompagnato da un Virgilio ambiguo, bugiardo per natura ma, in fondo, benevolo, che ha il preciso compito di farlo dubitare, spingendolo nella direzione giusta. Grande determinazione e una certa disillusione guidano le azioni del ragazzo, armato di arco, la testa fasciata dopo un atto di autolesionismo, trasfigurato in eroe.

Pronto per il passaggio all’età adulta, attratto dai misteri che la torre conserva e dalle sue vacue promesse, conscio dei pericoli che dovrà affrontare per salvare la zia, come non gli è stato
possibile fare per la madre. Consapevole che, al tempo stesso, quella è la sua ultima possibilità, l’unico
luogo dove potrebbe rivedere i propri cari scomparsi, parlarci per un’ultima volta, esorcizzando
quell’insopportabile sensazione di sospensione che genera la morte. Miyazaki si fa custode dell’inestimabile dono della fantasia, potenzialmente illimitato ma utile solo se favorisce un’elaborazione, se è parte di un percorso di crescita personale, offrendolo al suo protagonista. È come un patto tra il regista e i suoi personaggi e, di riflesso, tra lui e noi spettatori.

Un percorso che diventa viaggio attraverso simboli e scorci surreali, dove il linguaggio dei sogni e quello
esoterico si scambiano continuamente di posto, lasciando però che l’avventura scorra grandiosa,
audiovisivamente travolgente, densa di momenti da brividi, come l’incontro tra Mahito e la sua Beatrice,
Himi, potente strega e giovane alter ego della madre Hisako. Ora padrona del fuoco che la uccise,
eternamente giovane, perfetta compagna di viaggio in un tripudio di parrocchetti sanguinari, spiriti di
neonati che volano verso il momento della nascita, incantesimi, rituali e scorci che mescolano, con eleganza innata, suggestioni orientali e occidentali.

Perfette nel contesto narrativo ma anche semplicemente bellissime da vedere, componendo scenografie pazzesche, vibranti, capaci di esplodere davanti agli occhi per rimanere impresse nella retina come un fuoco d’artificio, accompagnate da una colonna sonora potentissima, emotiva, capace di dare la giusta dimensione ai sentimenti che si rincorrono e si mescolano.

Quando, giunto alla fine del percorso, in cima alla torre, il mago chiede a Mahito se vuole proseguire la sua opera di custode di quel mondo, il ragazzo rifiuta, portando alla distruzione dello stesso. La pellicola in questo momento si compie, il protagonista è andato oltre, a differenza del prozio che aveva scelto di
ritirarsi e nascondersi al mondo degli umani (e che infatti, chi lo ricorda nel mondo reale, lo definisce
“folle”). L’autore è finalmente libero dalle catene della sua opera, il ragazzo è libero di tornare alla realtà dopo aver elaborato il lutto (ma portando comunque con sé un pezzo fisico del mondo fantastico, per non dimenticare), mentre intorno, tutto ciò che la torre aveva ingerito negli anni, viene rigettato nel mondo, tornando alla forma originaria, perdendo il proprio significato simbolico.

Un abbraccio, uno sguardo, una promessa indissolubile, quella tra Mahito e Himi, che diventa l’immagine simbolo di una pellicola profonda, avvolgente, capace di affrontare temi fondamentali in maniera lieve, delicata, come un airone che si leva in volo, dissolvendosi nell’orizzonte di un cielo sereno. “E voi come vivrete?” titolo originale del film e di una delle fonti di ispirazione di Miyazaki, il romanzo di Genzaburo Yoshino, è una domanda che riecheggia nella testa durante i titoli di coda e che racchiude in sé tutta una carriera.

Stefano Calzati