Non vi siete resi conto che Ferrari era già nato morto

Non vi siete resi conto che Ferrari era già nato morto

January 31, 2024 0 By Simone Tarditi

Ferrari di Michael Mann non è stato solo il più sottovalutato film della stagione 2023/2024, ma anche il più incompreso. Una certezza, questa, rilevabile dal fatto che in pochi sono andati a vederlo in sala (tanto qui, quanto negli USA) e che si sia smesso di parlarne ancora prima della sua uscita, all’indomani della proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha raccolto soprattutto silenzi e perplessità. Elogi? Pochi, pochissimi su tutti i fronti. Spaesati i fan di Mann, che si aspettavano chissà cosa. Delusi quelli che sotto i capelli d’avorio e d’argento di Adam Driver non hanno scorto l’Enzo Ferrari che si aspettavano. Amareggiati i patrioti che nel ritratto delle donne italiane (mogli e amanti) hanno visto troppi stereotipi. Tristi i tifosi del Cavallino, che credevano di trovare una specie di Fast & Furious ambientato negli anni Cinquanta. Tante cose sono andate storte da quando Ferrari è stato rilasciato. L’amarezza e il disinteresse hanno prevalso. E, no, la miccia innescata da Favino sulla paternità culturale non c’entra nulla con lo scarso entusiasmo generatosi attorno al film.

Se la facciata di Ferrari è la corsa per vincere la Mille Miglia del 1957 (fortunatamente poco dopo abolita), il suo cuore pulsante è un discorso sulla morte che vede nel protagonista, Enzo, il catalizzatore di una forza che è, sì, distruttiva, ma contemporaneamente creativa, per reazione. Michael Mann l’ha spiegato senza mezzi termini: questo film nasce per la volontà di soggetti privati, non per quella di un grande studio hollywoodiano. Tra salari dimezzati (e, in certi casi, anche azzerati) per la troupe, percentuali minime sugli incassi e scarso supporto dalle associazioni di categoria, Ferrari si è presentato sul mercato mainstream come una mosca bianca.

Ferrari Adam Driver deep fake vintage

Il film ha vissuto una pre-produzione di circa dieci anni e ha visto cambiare i suoi interpreti più volte, nulla rispetto ai trenta e più anni durante i quali esso ha occupato spazio nella mente di Mann. Il suo più grande life project? Forse. Già solo per questo motivo avrebbe meritato di essere approcciato con tatto. Andava celebrato, non demolito o ignorato. A ciò va aggiunto che Ferrari ha più coraggio di tanti concorrenti: si muove in un mercato – spietato per natura – dove non trova altri simili a sé e dove, pur di distinguersi, accetta il destino di non essere compreso da parte delle masse, che in questo momento storico vogliono altro. È un film realizzato inseguendo il fantasma del cinema del periodo in cui è ambientato e che propone la visione nostalgica di un’Italia da cartolina che non è mai esistita. Insomma, tutto in linea con l’obiettivo ultimo di questo genere di operazione: confezionare un biopic realistico come realistico può essere un qualsiasi film targato Hollywood, al di là del fatto che sia stato girato in Emilia-Romagna e che molte maestranze siano italiane. Ribaltando la prospettiva: Ferrari è palesemente un film concepito per il pubblico statunitense, non per quello italiano che, fosse anche solo per la grossolana conformazione geografica che dello Stivale viene fatta, non può che abbozzare qualche smorfia o sorriso.

Della morte, si è detto prima. Tra lutti impossibili da elaborare – quando Enzo dialoga con la tomba del figlio sembra di essere tornati al cinema di John Ford, che dei soliloqui dei vivi di fronte al luogo ultimo dei morti era il maestro – e freschi cadaveri, Ferrari gira attorno a questo argomento come in un circuito senza fine. L’ossessione per i tempi, l’incuranza per i pericoli, il bisogno di creare risultati per superare i fallimenti, sono tutte necessità di vita per il protagonista. Automatismi, se vogliamo. Lotte per scrollarsi di dosso, assieme ai sensi di colpa, la sensazione di stare comunque morendo un po’ ogni giorno. Per lui conta solo quel che riesce a fare, tutto il resto è un ingombro da levare dalla traiettoria lungo cui la sua esistenza è indirizzata. Un vivere quotidiano che è un tutt’uno con i luoghi che egli abita: si veda quel bellissimo momento, a inizio film, in cui le colline modenesi si dissolvono nelle lenzuola del letto in cui Enzo dorme, quasi Mann volesse già collocare il protagonista sottoterra, in un eterno riposo. È un istante, poi lo mostra alzarsi e incominciare la sua giornata. E il ciclo abituale riprende.

Simone Tarditi