Il nostro pane quotidiano: la tensione tra due mondi

Il nostro pane quotidiano: la tensione tra due mondi

April 12, 2024 0 By Simone Tarditi

Il nostro pane quotidiano (1930) è il terzo e ultimo film che F. W. Murnau realizza negli Stati Uniti d’America, nazione dove la sua carriera procede tra mille difficoltà e dove, un anno più tardi, l’uomo troverà la morte sul ciglio di una strada. Tematicamente, si tratta di una ideale prosecuzione di Aurora: anche qui la città e la campagna costituiscono due mondi diametralmente opposti, a sé stanti, che hanno valori, gli uni rispetto agli altri, così diversi da essere inconciliabili.

I protagonisti di Il nostro pane quotidiano sono costretti a fare i conti con una malinconia che altro non è se non il riflesso dell’ambiente nel quale vivono, che sia quello in cui sono nati e cresciuti, oppure quello nel quale si spostano o vorrebbero spostarsi. Kate e Lem s’incontrano e conoscono in una Chicago che è al contempo una metropoli da incubo per entrambi e una terra di mezzo: lui, campagnolo e immaturo, si è recato lì solo per vendere il grano, non intendendo rimanerci (e non avendo neanche le capacità di sopravvivervi); lei, che ha sempre vissuto nel cemento e nello smog, sogna di lasciare tutto e di raggiungere un qualsiasi luogo lontano dalla città.

Autentica protagonista del film, Kate è quindi anche il personaggio più interessante. E trattandosi di una pellicola firmata da Murnau, ciò significa che è anche quello che soffre di più. Sofferenza è conoscenza, si suole dire, ma nel suo caso sofferenza è sia lotta per emergere e non soccombere, sia capacità di adattamento. La sua condizione lavorativa di umile cameriera in una tavola calda dai ritmi scanditi forsennatamente è quella di milioni come lei: l’abitante della metropoli è alienato “per natura”, incastrato dentro ad automatismi e atti meccanici. L’assenza di avventure fuori dal perimetro urbano è una costante, come costante è una pressoché totale (o totale del tutto, come nel caso del film) assenza della dimensione di Dio, essendo la religiosità scomparsa per fare posto a nuove forme di credo (il consumismo, la realizzazione individuale, …). Se c’è ancora un Dio nella metropoli, esso è la finanza, ma sarebbe sbagliato non scorgere anche nell’ambiente rurale – e lo insegna proprio Il nostro pane quotidiano attraverso la figura del padre di Lem, autentico patriarca misogino, accecato dalla religione e da eccessive ansie economiche – un’ossessione per il denaro perché, se non proprio un pensiero fisso, è pur sempre la preoccupazione più grande di chi deve ingegnarsi ogni giorno per tirare avanti.

Kate idealizza la campagna come fosse un Eden sconosciuto, da raggiungere per trovare una salvezza dall’infelicità. Non sarà così. L’ambiente rurale si rivelerà ostile e inospitale quanto feroce e frenetico è quello lasciato alle spalle, se non addirittura peggiore, almeno nell’immediato. Una grande città si regge sull’equilibrio tra realtà artefatte (sentimenti e sogni compresi), mentre la campagna è regolata dalla brutalità e da riti sacri di cui il progresso si è invece liberato. Letto sotto una lente anti-patriarcale, Il nostro pane quotidiano è un film sulla difficile emancipazione femminile, con una speranza: Kate resisterà alle insidie dell’universo maschile, talvolta adattandosi a quell’habitat, talvolta imponendosi sugli uomini che la vorrebbero schiacciare perché abituati da generazioni a fare così con le donne solo perché donne.

Simone Tarditi