Civil War è uno spettacolo muto

Civil War è uno spettacolo muto

April 16, 2024 0 By Gabriele Barducci

La professione del fotoreporter non è così semplice come possa sembrare. Le storie narrate non hanno contesto, spiegazione, non c’è mai la necessità di narrare ciò che si vede. Si fotografa e basta, si pone il risultato finale all’attenzione del lettore e sarà lui a farsene una ragione, trovare il contesto, avere la propria idea riguardo quello che si sta seguendo o fotografando.

In questi Stati Uniti ormai dilaniati da un’agghiacciante e nuova guerra civile, tutto il paese è diviso in fazioni, nord, sud, ovest ed est. L’obiettivo primario è la singola sopravvivenza come l’annientamento del Presidente degli Stati Uniti, ormai figura obsoleta in una terra che di Unito non più nulla.

In questa guerriglia urbana si muove il cinema di Alex Garland, fresco di dichiarazioni sulla mancanza di stimoli in un terreno difficile come quello che ha accolto come sua materia primaria: il racconto del vuoto, narrare per immagini, abbassare il volume e veicolare emozioni dalla semplice mimica o recitazione degli attori.

Un gruppo di fotoreporter dunque attraversa un paese dilaniato per cercare di strappare l’ultima intervista al Presidente degli Stati Uniti, ormai prossimo ad essere ucciso, lo sanno tutti, anche lui sa di avere le ore contate e la freddezza riguardo la considerazione della vita umana serpeggia in ogni momento del film.

La camera fotografica diventa dunque testimonianza di una realtà che cattura l’immagine, ne regala una memoria e nulla più. Quella è una zona di guerra vera e propria, dove la persona che ti passa accanto può facilmente lasciarsi esplodere sacrificandosi in nome delle truppe di liberazione del nord o di qualunque altro movimento folle che mette alla base la supremazia dell’americano puro.

Tra atti vandalici, xenofobi e di sadismo puro, il teatro degli Stati Uniti è il prodotto di una società che sembra aver perso sempre più ogni contatto con ideali prima bramati. Di questa guerra sappiamo poco, non ci importa, siamo in medias res, in mezzo a molteplici forze di fuoco.

L’ironia tagliente sembra quasi un concetto fuori dal mondo. Gli uomini sono pezzi carne senza anima, poco importa chi abbiamo davanti, se non sono del nostro stesso colore si fa fuoco.

Garland non pone dubbi o questioni su alcuni punti, il suo cinema del silenzio, del vuoto si costruisce nei negativi delle foto. Ci getta dentro un conflitto assordante, migliaia di munizioni esplode, elicotteri che lanciano bombe, edifici che crollano, una vera e propria guerriglia urbana freddissima. La pettorina PRESS segue i soldati che cadono uno dopo l’altro, materiale ottimo da fotografare, l’editore paga bene per queste cose (ricordate Monsters di Gareth Edwards?) e capire la genesi e dove stia portando quel conflitto serve a poco.

Come i protagonisti, siamo fotoreporter, dobbiamo trovare l’angolazione migliore per raccontare quel conflitto, anche trovando un base di appoggio sopra migliaia di cadaveri di nostri colleghi o fratelli. Cinema forte, Cinema duro, Cinema muto, che non serve spiegare, ma solo guardare, fotografare e basta.

Gabriele Barducci
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