Appunti sparsi su Fedora di Billy Wilder

Appunti sparsi su Fedora di Billy Wilder

May 17, 2024 0 By Simone Tarditi

Ripercorrendone la lavorazione e le riprese in Grecia, il romanzo di Jonathan Coe Io e Mr Wilder, uscito in quel tempo indefinito che fu la pandemia del 2020-2021, riportò un po’ di attenzione su Fedora, un titolo che ha da sempre diviso tanto la critica, quanto gli ammiratori di Billy Wilder. Il film, pur non essendo tecnicamente l’ultimo di Wilder, può essere considerato il suo canto del cigno? Sì e sì. Doppiamente sì, perché Fedora è un addio al cinema (a metà tra l’arrivederci e grazie e l’a mai più rivederci senza tanti salamelecchi) ed è un chiudere il cerchio aperto con Viale del tramonto che, se non il suo migliore, è perlomeno il film pivotale della carriera del regista.

Il rapporto tra Viale del Tramonto e Fedora è stretto, compenetrante, ma le due pellicole hanno finalità diverse. Il primo è un’elegia della Hollywood muta (che Wilder ha vissuto al massimo come spettatore), il secondo un funerale della Hollywood classica (che Wilder, con la sua professione, ha contribuito a rendere immortale). A una prima lettura, Fedora sembra intriso di malinconia e nostalgia per i bei tempi andati, realizzato da una mente anziana che vuole ricercare un rifugio nel passato; a una seconda, invece, esso appare come un atto di amore e disprezzo nei confronti della professione cinematografica e del fenomeno del divismo.

L’incomprensione da parte della critica nel 1978, anno d’uscita del film, e l’insuccesso al botteghino sono motivi sufficienti, oggi, per provare a riconsiderare Fedora sotto una nuova luce? Forse sì, e non solo perché è il film di un grande autore. All’epoca della distribuzione nelle sale, Fedora era, se non troppo avanti con i tempi, sicuramente slegato da un periodo storico nel quale le masse che staccavano biglietti esigevano blockbuster e la nuova generazione di registi voleva mandare in pensione la vecchia guardia. Tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, quasi tutti i maestri della Hollywood classica rimasti in circolazione – vuoi anche per limiti d’età – hanno smesso di fare cinema. Si pensi a Otto Preminger, Alfred Hitchcock, George Cukor, Jules Dassin … oltre a Wilder, la cui longevità gli ha permesso di vedere il nuovo, orrendo, millennio e di campare fino alla veneranda età di 95 anni. Fedora non c’entra nulla con i fermenti culturali dei Settanta, non si rivolge a nessun tipo di pubblico, non intende adattarsi alle nuove logiche commerciali, bensì nasce da un’esigenza personale di Wilder che va di pari passo col disinteresse che l’avventura produttiva – con capitali esteri, dal momento che Hollywood non crede nel progetto – possa risultare anche remunerativa. Si tratta di cinema per il gusto di fare cinema, niente di diverso.

Fedora sa essere sia il funerale del divismo, sia il suicidio verso cui si è incamminato il cinema classico, incapace di un vero e proprio rinnovo. La generazione di Wilder si è vista scippare la sedia da sotto il culo senza poterci fare molto se non osservare la trasformazione operata dai discepoli fricchettoni. Con l’avvento della rivoluzione della New Hollywood, l’industria ha perso il suo fiore all’occhiello: il pool di sceneggiatori (di cui Wilder era un caposcuola), costantemente impegnati nella scrittura, ligi al loro impiego e ordinati come polli in batteria. Nel celebrare la fine del cinema che fu, Wilder ha saputo sigillare entrambi i momenti (morte ed esequie) in un unico quadro dalla fotografia slavata come un cadavere messo a essiccare sotto il sole greco.

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Simone Tarditi
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