Appunti sparsi su Girl 27 di David Stenn

Appunti sparsi su Girl 27 di David Stenn

June 14, 2024 0 By Simone Tarditi

David Stenn è un rinomato biografo della Hollywood classica – tra i suoi libri si ricordino quello su Jean Harlow e quello di Clara Bow, tra i più attendibili in circolazione – che ha anche realizzato un documentario, Girl 27, uscito nel 2007 e poi a lungo “sparito” dalla circolazione. Di recente, Stenn è riuscito a riacquisire i diritti della sua (per ora unica) regia e ha deciso di renderla disponibile, gratuitamente, per tutti. Dove? Sul suo canale YouTube. Un regalo fatto ad appassionati, storici, semplici curiosi della vecchia Hollywood, così simile a quella vivisezionata dalla stampa mondiale con l’esplosione del caso Weinstein e del fenomeno #MeToo.

Girl 27 è decisamente attuale perché dimostra quanto, nonostante i progressi scientifici e tecnologici, l’umanità sia rimasta perlopiù la stessa nell’arco del Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio. Con tutte le particolarità e le sue differenze, Hollywood incamera il prototipo di una società regolata dal sopruso, dalla violenza, dalla coercizione e dallo sfruttamento, tutte modalità attraverso cui si realizza la stragrande maggioranza delle professioni. Pur senza verificarsi incresciose situazioni che limitano la libertà e danneggiano la serenità individuale, la stragrande maggioranza delle posizioni lavorative si fonda su compromessi e sull’accettazione che il potere venga gestito gerarchicamente. La triste vicenda della chorus girl Patricia Douglas, comparsa di secondo (o terzo) piano con accreditati solo due film (Gold Diggers of 1933 e So This Is Africa, entrambi del 1933), nonché protagonista assoluta del documentario di Stenn, non è il marcio frutto di un compromesso, ma del peggiore degli abusi: lo stupro. La ragazza (ventenne all’epoca dei fatti) partecipa nel 1937 a una convention organizzata dalla MGM per i maggiori salesmen (esercenti, cinematografari e altri pezzi “medi” dell’industria) e lì viene violentata da uno di loro, un tale David Ross. Per Douglas si tratta di una trappola a tutti gli effetti: assieme ad altre 120 giovani ballerine viene chiamata per quello che tutte credono essere il provino di un western-musical, quando in realtà è un baccanale di cui loro sono il piatto forte. Vestite da cowgirl, le 120 sono portate in una specie di ranch con uno scopo diverso da quello che molte, sicuramente non tutte, s’immaginano: una giornata all’insegna di orge e fiumi d’alcol. Non ci sono telefoni, quindi nessuna possibilità di chiedere aiuto o di chiamare qualcuno per farsi portare via. Corrotte e invitate a partecipare, le forze dell’ordine fingono di supervisionare la scena che si para loro davanti prima di prenderne parte. È così che Douglas, non perfettamente lucida poiché costretta a bere a forza, prova comunque a fuggire quando capisce che la situazione sta precipitando, solo che il suo tentativo di scappare innesca in Ross il desiderio di stuprarla. Desiderio che purtroppo riesce a realizzare.

Se con cura ricostruisce il contesto all’interno del quale si verifica la violenza, con ancora maggiore quantità di dettagli Girl 27 racconta quel che succede dopo. Per Patricia Douglas inizia un lungo incubo: il dottore che la visita è al soldo della MGM e fa in modo di “cancellare le prove” dello stupro; l’unico testimone, un parcheggiatore, viene avvicinato dalla MGM con una proposta: una bella posizione lavorativa (a tempo indeterminato) in cambio del silenzio. L’uomo, un autentico signor nessuno con diverse bocche da sfamare, accetta e, quando interrogato, dice di non ricordare nulla. Sì, perché Douglas porta in tribunale tutti i soggetti coinvolti nel caso, senza però che giustizia venga fatta. Anche la corte viene comprata dalla MGM e così anche la madre della ragazza (all’epoca minorenne, non avendo ancora compiuto ventuno anni). Il processo è un flop, una farsa. Douglas viene dipinta dalla stampa come una pazza, una poco di buono, e alcuni giornali finiscono persino col fornire il suo indirizzo di casa, rendendola di fatto un bersaglio pubblico. L’operazione di screditamento sui media della carta stampata è l’altra faccia del mancato supporto da parte dell’ipocrita comunità losangelina di cui, fino a poco prima, la chorus girl si diceva felice di far parte. Tutti le voltano le spalle.

La drammatica vicenda di Patricia Douglas non è l’unica a venir raccontata in Girl 27: per quanto possa sembrare incredibile, ce n’è di peggiori e dagli esiti ancora più tragici. Riportando alla luce un fatto di cronaca rimasto sepolto per oltre sessant’anni, Stenn affonda le mani nel torbido, allontana ogni possibile idea di una Hollywood che agisce alla luce del sole, denuncia un modus operandi che sicuramente sta andando ancora avanti (se non altro nei primi anni Duemila quando egli inizia a lavorare al documentario). In parallelo, il regista persegue il suo obiettivo principale: riabilitare la figura di Patricia Douglas, darle modo di descrivere la sua versione dei fatti, vendicarla e celebrarne il coraggio. Il mastodontico errore giudiziario ai danni della ragazza ne ha condizionato il futuro, rovinandole per sempre la vita. Girl 27 vuole essere un risarcimento morale. Stenn ambisce a un risultato radicale: riscrivere completamente ciò che la stampa – anch’essa condizionata economicamente dalla MGM – aveva storicizzato nella maniera sbagliata, dipingendo una povera e innocente vittima come se fosse in verità una folle ingrata puttana.

Se tanto coraggio aveva avuto Patricia Douglas nel portare alla sbarra degli uomini più potenti e influenti di lei, altrettanto coraggio va riconosciuto a David Stenn per l’opera meritoria che ha svolto con Girl 27. Per lui si è trattato di compiere una vera e propria indagine nelle zone più buie della Hollywood classica che, ricordiamo, costituisce uno dei suoi campi d’interesse più grandi. Se si spalancano gli occhi sulla criminosità di quel contesto, è chiaro quanto l’attrazione per quell’epoca diventi una faccenda di amore e odio, fascinazione e disprezzo. Prendendo il singolo esempio della MGM del periodo, abbiamo di fronte la casa di produzione più prestigiosa in circolazione il cui capo, Louis B. Mayer, era un Dio onnipotente che dettava legge e a cui tutto era permesso. Una specie di Mago di Oz – l’analogia viene fatta direttamente nel documentario – che si affacciava su un mondo di cui era indiscusso padrone. Un mondo che, visto da fuori, era fatato, magico, bellissimo, perfetto. E qualora ci fosse qualcuno incapace di scorgere com’era per davvero la realtà al di là dei fondali di cartapesta del cinema, ci sono titoli come Girl 27 che oggi possono aiutare a vedere.

Simone Tarditi