Jeff Nichols lo avevamo lasciato nel 2016 con Loving, che segnava sicuramente una svolta nella sua carriera non per ambiziosità, bensì per maturità. Allora non sapevamo che sarebbero seguiti sette lunghi anni di silenzio durante i quali tutto è cambiato, tanto nel mondo reale quanto in quello del cinema. Ecco però che con il suo nuovo film Nichols riesce nell’impresa di illudere che questo periodo non ci sia neanche stato. The Bikeriders è letteralmente fuori dal tempo in un duplice senso: vuole esserlo rispetto agli stravolgimenti verificatisi dal 2016 a oggi, ma anche rispetto a un arco più ampio, proiettato negli anni Sessanta americani che ci vengono raccontati. Il tutto, senza nostalgia – smentita tra l’altro dall’età anagrafica di Nichols, nato nel 1978 – e senza un’agiografia dei personaggi, presentatici in tutti i loro difetti. Benché diversissimi l’uno dall’altro, The Bikeriders e Horizon condividono un aspetto: non potevano essere destinati ad avere successo perché là fuori non esiste (più) un pubblico di riferimento per questo genere di storie. E infatti sono stati entrambi dei flop, chi più chi meno.
Qual è il punto di forza di The Bikeriders? Non pretendere di essere qualcosa che non è. Apparire per com’è davvero. Lineare, coerente, onesto. Non c’è nessuna propaganda da portare avanti, c’è solo un film che vuole raccontare uno scorcio di America dove mediocrità e rozzezza dominano incontrastate. Le moto, le corse, la droga, i reduci del Vietnam, costituiscono l’epidermide di The Bikeriders, ma il suo cuore è altrove. Chi ha definito il film troppo piatto, insulso, semplicistico, quasi fosse un povero epigono di Easy Rider, dev’essersi perso il meccanismo di funzionamento che sta dietro a una sceneggiatura che veicola due messaggi dalla portata incisiva. Il primo è che lo scontro tra generazioni diverse non è mai destinato a soluzioni concilianti. Se l’impianto principale del film vede l’avvicinamento e l’allontanamento di presunti orfani e padri putativi, il rapporto tra questi due soggetti non può che realizzarsi solo con un’uccisione (metaforica e non) della figura incarnante il genitore. È un passaggio obbligato per la crescita, che si tratti di una detronizzazione o che si tratti della recisione di un immaginario cordone ombelicale. Questo è il versante androcentrico di The Bikeriders. Più complesso e, per certi versi, irrisolvibile, è quello che invece riguarda sessi diversi. Nel finale Nichols esprime un’idea molto chiara: l’equilibrio dentro a una coppia è una questione di compromessi e, affinché ciò avvenga, uno dei due individui deve piegarsi al volere dell’altro. Magari non totalmente, ma almeno in parte. Anche questa è una lotta per il potere, giocata però senza armi. Felice è chi vince, infelice è chi baratta la libertà per una parvenza di serenità. Ultimo passaggio lungo un percorso di adattamento, l’addomesticamento dell’Uomo per mano della Donna è in The Bikeriders l’atto che certifica l’aver raggiunto l’età adulta.
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