Alla ottantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato fuori concorso Maldoror del regista brussellese Fabrice du Welz, un lungometraggio di finzione che definire un “pugno nello stomaco” è dire poco. Maldoror appartiene a quella schiera di titoli che, a ogni edizione del festival, scorrono paralleli al concorso principale e che spesso – quasi sempre, a dire il vero – lo superano per potenza quando non proprio per bellezza. A sostegno di questa tesi, due esempi intrecciati insieme: Brawl in Cell Block 99 e Dragged Across Concrete di S. Craig Zahler, presentati al Lido rispettivamente nel 2017 e 2018.
Belgio, regione della Vallonia, dagli anni Novanta ai primissimi Duemila. Il giovane poliziotto Paul Chartier (Anthony Bajon) viene incaricato assieme al collega Luis Catano (Alexis Manenti) di smantellare una rete di pedofili che sta facendo sprofondare la nazione in uno stato d’angoscia. È l’Operazione Maldoror, che finirà col rivelarsi un mezzo flop per diversi motivi, tanto legati al mondo criminale quanto a quello delle forze dell’ordine. Chartier, frustrato dalla situazione burocratica che si viene a creare quando non può procedere all’arresto di un capobanda e alla liberazione di due ragazzine tenute prigioniere, decide di portare avanti l’indagine da solo, inimicandosi la sua gendarmeria e diventando vittima di un complotto. Si dice che il pesce puzzi dalla testa, e Chartier lo tasterà con mano quando verrà pugnalato alle spalle proprio dai vertici della polizia.
Protagonista assoluto di Maldoror, Chartier ci accompagna per due ore e mezza dentro un inferno fatto di prede sedate col Roipnol, carcerieri neo-nazisti, maiali nutriti a resti umani, violenze sessuali registrate su VHS, scalpi, passaporti falsi, droga dentro patatine fritte (l’unica eccellenza gastronomica belga). E più l’inferno attorno a Chartier s’incancrenisce, più si fortifica in lui la necessità di adempiere al dovere. Egli è un flic orgoglioso di essere definito tale. Un uomo integerrimo e serissimo, cresciuto senza una famiglia e sposatosi in fretta per poter metterne su una. I parenti acquisiti – un numeroso nucleo di italiani immigrati che ha conservato intatte le proprie tradizioni – lo accolgono come un figlio, un fratello e gli offrono, almeno all’inizio, tutto quello che la sua altra “famiglia”, la polizia, non gli garantisce: una protezione. Ma quando Chartier s’incammina verso l’abisso, non potrà fare altro che mandare a rotoli tanto la sua vita personale-affettiva, quanto quella professionale. Il suo è un percorso di abbandono, compiuto e ricevuto, dal quale può fare ritorno unicamente da solo. Avrebbe voluto una vita normale, ma è spinto verso la rovina quando capisce che la giustizia è solo una questione di chi ha in mano il potere. Un’arma dei forti, quindi. A quel punto, per lui svelare la verità assume l’aspetto di un’incondizionata resa dei conti.
La geografia di Maldoror ci dice già molto sulla materia narrata, incorniciando il destino dei personaggi – specie quello del protagonista – all’interno di un contesto dove incuria e disperazione sono connaturate ai luoghi dell’azione. Impossibile da sradicare, in Maldoror il male si annida da Charleroi a Marcinelle, tra lande ex industrializzate e bassissimi promontori svuotati ormai da tempo del loro contenuto minerario. Lo stesso sviluppo residenziale nei dintorni delle fabbriche di carbone abbandonate, ma ancora in piedi con il loro imponente sistema di condotti sopraelevati, ci restituisce l’idea di un territorio profondamente depresso da dove, in assenza di lavoro, chi ha potuto se n’è andato da un pezzo. Parliamo quindi di luoghi perfetti per chi vive di criminalità: è infatti facilissimo nascondere e nascondersi in un posto del genere, anche grazie al fallimentare sistema di polizia che, almeno nel periodo ritratto da Maldoror, è incapace di organizzare, figurarsi portare a termine, un’indagine, vuoi per mancanza di risorse, vuoi per mancanza di volontà, o vuoi soprattutto per uno strutturale malfunzionamento.

