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Mappando i cromosomi di Dead Ringers

A essere di sesso maschile e parlare della miniserie Dead Ringers ci si può sentire un po’ come quel gruppetto di cinque signori, seduti al tavolo di uno dei programmi di punta della televisione di Stato, che disquisiscono di aborto e diritti delle donne. Quale autorità si può avere nel toccare una materia che non si può conoscere in maniera diretta, ma solo de relato? Cosa si può dire? Che contributo si può dare? Qualche considerazione la si può offrire, se perlomeno si è studiato Medicina, ma nessuna se si è solo dei penidotati. Meno male che oggi si è chiamati (da se stessi) per parlare di un prodotto d’intrattenimento e non di argomenti più seri. Che fortuna ogni tanto essere uomini!

Diciamolo subito: del Dead Ringers di David Cronenberg non è rimasto che il titolo, l’idea che stava alla base, qualche metro di stoffa rossa per camici e teli chirurgici, e soprattutto la presenza di due gemelli/e dai corpi identici (e caratteri molti diversi). Del regista canadese rimane anche il divertente riferimento a una sua opera precedente, Rabid, quando viene mostrato un cartellone pubblicitario che promuove l’uscita su Prime Video di un’omonima e fittizia serie (a proposito: complimenti per il product placement di qualcosa d’inesistente che però, a sua volta, serve come boost per sottolineare la potenza dell’azienda di e-commerce e del suo servizio di streaming). Il percorso che prende Dead Ringers (sei puntate di circa un’ora l’una) abbandona l’atmosfera algida del film, che a sua volta si rifaceva al romanzo Twins di Bari Wood e Jack Geasland a cui anche la miniserie s’ispira, per abbracciarne una non meno inquietante. Ci viene raccontata infatti l’attività ginecologica delle sorelle Mantle (Rachel Weisz x 2), che comprende la sperimentazione genetica legata alle nascite. Le Mantle seguono donne in ogni stato della gravidanza, da quelle che desiderano restare incinte a quelle che devono partorire. Ibrido tra un ospedale e un laboratorio degli orrori per dare vita a creature elaborate in provetta, il luogo dove operano è la realizzazione del loro sogno di giocare a essere Dio. Un Dio femmina e Doppelgänger, la cui onnipotenza fa perdere di vista quali siano i confini dell’etica e quali quelli della mostruosità.

Lo sguardo di Dead Ringers vuole raggiungere ogni aspetto del processo del diventare madre. Senza che nulla venga risparmiato al pubblico, si vedono inseminazioni artificiali, aborti spontanei, parti cesarei, parti naturali, feti e neonati in formazione. Sangue, cellule, placenta, cadaverini e corpicini urlanti, pronti a vivere. La miniserie sfida a tenere gli occhi fissi e spalancati sullo schermo, chiede quindi di non chiuderli o di non impiegarli per scorrere le news o chattare, ma di resistere e guardare, anche se le immagini possono risultare disturbanti, specie quando hanno a che fare con la morte. Il battesimo del fuoco avviene già nella prima puntata, dopodiché la strada è tutta in discesa. Benché virante spesso all’abominio, ciò che viene offerto è lo spettacolo della vita, anche se a tratti sembra diventare spettacolo e basta.

Essendo un prodotto degno di questi tempi, in Dead Ringers non manca lo spazio per il ribollimento di temi al centro dei dibattiti moderni, come quello delle coppie omosessuali che hanno dei figli oppure delle famiglie omogenitoriali. Pur nelle sue esagerazioni, che tuttavia non sfociano mai nell’inverosimile (siamo pur sempre sul crinale del body horror di matrice cronenberghiana, almeno in teoria), fra qualche anno la serie potrebbe essere pure risultata lungimirante rispetto alle pratiche della maternità. Ginocentrica in massimo grado, Dead Ringers c’informa che i maschi attualmente servono solo come produttori di semi (e prima o poi manco a quello), ma è una scelta di sceneggiatura che ai fini della narrazione trova una sua giustificazione nonché un senso di esistere. Sul futuro di noi umani, e nello specifico di noi uomini, si vedrà.

Simone Tarditi