Nel modo in cui Interstellar potrebbe facilmente rientrare nel genere western, con una trasposizione in chiave fantascientifica, di un lungo viaggio irto di pericoli verso la “Frontiera Gargantua”, in molte occasioni il cinema ha declinato oggetti, situazioni, luoghi come densa metafora di una sfida interna dell’essere umano.
Si pensi a Warrior, film che oscilla il suo focus tra dramma familiare e gesta sportive nel pieno delle MMA, dove il ring si trasforma in un piccolo cubo dover l’incomunicabilità tra due fratelli prende forma in una violenza fisica, viscerale, una risoluzione di problemi ove il mondo non ha reso possibile una tregua altrove.
Poi tra questi si palesa La vetta degli Dei, film (che da noi trovate su Netflix) d’animazione fatto da francesi, ma tratto da un manga giapponese e gli ingredienti paiono gli stessi: storia di uomini e di natura, di scalatori con vivono l’ossessione dell’Everest come motore trainante necessario per pompare sangue attraverso tutte le vene del loro corpo, della ricerca della verità sulla prima spedizione di Mallory e di una vecchia macchina fotografica dove alcune foto potrebbero fare luce sulla spedizione. L’immagine che restituisce una memoria tangibile di un passato avvolto dalla neve e dal gelo.
La Vetta degli Dei si muove in un terreno tutto suo, diverso dai classici stilemi da film d’animazione, andando a ricreare situazioni e tecniche tipiche di una cinematografia moderna, atte a suscitare emozione e, in alcuni casi, lasciare che il tempo spalmi con calma, lungo il minutaggio, parabole, metafore e affini. Molteplici sono le situazioni dove la storia si dipana tra flashback e ricerche ai giorni nostri del giornalista protagonista, dove tutto ha origine e gira attorno la missione sull’Everest.
La balena bianca per moltissimi scalatori, la missione personale, quel “qualcosa” che ti tiene vivo sopravvivendo alla vita civile, perché scalare e arrivare lì sopra è difficile da spiegare, quasi un modo parallelo di vivere le sfide della vita, tra imprevisti, il avverse condizioni climatiche, le strade bloccate. Tutto assume un connotato quasi romantico, tragico se si conoscono le cicatrici di ogni personaggio, eppure spesso ci si perde nelle bellezza della natura, dell’eterna sfida con il mondo che solo la testardaggine dell’uomo può ancora sopportare.
Ecco che La Vetta degli Dei smette di essere un semplice film d’animazione, andando oltre, quando si prende la libertà di annientare dialoghi per più di cinque minuti, giacché il respiro e ogni singola forza deve essere usato per la scalata, lasciandoci sentire i rumori della natura, come anche un momento di riposo durante la notte. Senza ombra di dubbio, guardando al cielo, ci accorgeremo di essere un po’ più in alto, sempre troppo vicini alla terra, ma capaci di guardare le stelle da una posizione diversa.
E forse eccolo qui il fattore incomunicabile, lasciare che le immagini parlino da sole, anche quando sono disegnate e animate, ma l’ossessione che si nasconde in quelle pieghe è tangibile e tanto basta per rimanere anche noi ossessionati dalla miseria dell’essere umano.
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