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Nel limbo di Queer

L’ennesima posticipazione dell’uscita italiana di Queer mette ormai in dubbio il senso stesso di farlo uscire in sala. Un peccato, indubbiamente, perché è un film che merita attenzione, ma che avranno già visto tutti per quando, forse, arriverà nei cinema. Sappiamo come, inutile girarci attorno. A sei mesi di distanza dalla première al festival di Venezia non è ancora detta l’ultima parola sull’ultimo slot programmato: aprile 2025. Per allora i mesi saranno sette, troppi per un film che non ha il sex appeal di Challengers – per l’uso che fa del corpo ne è addirittura l’antitesi – e che, purtroppo, la stampa presente al Lido ha trattato con distacco, freddezza, quasi disinteresse.

Luca Guadagnino dice di aver diretto il suo film più personale. Se Queer non è un atto d’amore verso qualcuno a lui vicino nel tempo e nello spazio (compreso se stesso), di sicuro lo è nei confronti dello scrittore William S. Burroughs, di cui il regista dimostra di essere un sublime conoscitore. Queer affonda le radici nell’omonimo romanzo, ma la ricerca di Guadagnino si estende ad altre opere del maestro: la ritualità delle iniezioni di eroina e il dramma della dipendenza provengono da La scimmia sulla schiena; le allucinazioni e le atmosfere di sudore e astinenza sono ripescate da Il pasto nudo (scolopendre comprese, che rimandano anche all’universo cronenberghiano, esplorato e rispettato da Guadagnino); infine ci sono gli appunti su una vita fuori dall’ordinario, fatta di uccisioni provocate e di esperienze ai confini della morte, consumatasi in un’inaspettata longevità (Burroughs morì a 83 anni, un traguardo che pochi altri ex eroinomani hanno raggiunto; vedremo se Keith Richards lo batterà). Nel calderone di Queer ribollono anche riferimenti non subito afferrabili: per esempio le arrugginite pareti in lamiera della capanna immersa nella giungla, identiche a quelle con cui era fatto l’Orgone Accumulator che Burroughs teneva nel suo giardino. Come a dire: il viaggio dentro se stessi può avvenire anche a casa propria, non necessariamente in una foresta tropicale.

Ci sarebbe da aprire una parentesi sul rapporto umano e professionale tra Burroughs e Kurt Cobain, magari in futuro ci torneremo. È un legame a cui Guadagnino guarda e con cui gioca. L’inserimento di alcune canzoni dei Nirvana non è casuale. Come As You Are abbiamo modo di sentirla pressoché nella sua interezza, è praticamente un videoclip non ufficiale, un tributo sincero. Il pezzo parte quando il protagonista, intendo a vagare nella notte messicana, s’imbatte in un combattimento tra galli a cui assiste anche un giovane uomo di cui s’invaghisce all’istante. Il caldo soffocante, la miseria per le strade, gli abiti anni Cinquanta, la violenza, l’ardore … non c’è nulla del videoclip realizzato dai Nirvana. Non c’è apparentemente niente delle atmosfere originali della canzone, eppure quello che il film raggiunge è un momento altissimo, sorprendendoci per la scelta adoperata e riscrivendo l’immaginario che avevamo. Sui titoli di testa c’è All Apologies, ma cantata da Sinéad O’Connor (defunta mentre Queer era in lavorazione e che a sua volta, coverizzando il brano nel 1994, aveva omaggiato Cobain, deceduto da poco). C’è persino Marigold in chiave diegetica (la scena dentro il ristorante), canzone targata Nirvana, ma interamente composta e suonata da Dave Grohl. Per completezza e spirito comune bisogna infine dire che nella soundtrack Guadagnino inserisce anche i Verdena, considerati (specie a inizio carriera) i Nirvana italiana.

In merito alla colonna sonora, ci sarebbe stata bene You Know You’re Right. Nella demo di sola chitarra acustica e voce registrata plausibilmente tra la fine del 1993 e la prima metà di gennaio 1994 – a fine mese avrebbe inciso, con il resto della band e con un testo diverso, la versione in studio uscita postuma nel 2002 – sentiamo Cobain cantare: «It’s another opiate, but to me It’s everything». È solo un altro oppiaceo, ma per me è tutto. Verso applicabile alla condizione di dipendenza dall’eroina in cui si trova il Burroughs di Queer, il brano sarebbe stata un’aggiunta che non avrebbe stonato.

Musica a parte, Guadagnino riversa alcuni aspetti di Cobain nel suo protagonista, ossia un Burroughs in bilico tra personaggio auto-letterario e persona realmente esistita, mito e verità. Non per l’omosessualità o la passione per le armi da fuoco, ma per la dipendenza da eroina, utilizzata da entrambi per alleviare il dolore e per scivolare in un rilassamento impossibile da raggiungere in uno stato di non alterazione. Gli strumenti della scrittura sono sacrificati a favore di quelli per la somministrazione di droga. Il kit per le iniezioni è in Queer uno scrigno delle meraviglie, fatto di cucchiai anneriti e batuffoli di cotone per assorbire l’eroina, il cui consumo trascina il protagonista in una dimensione dove il tempo sembra non scorrere mai – salvo rendersi conto, a effetto finito, di quanto sia passato velocemente – e lo spazio della città è un dedalo senza forma o confini nel quale ogni via sembra uguale a un’altra. La sensazione è quella di un torpore prolungato da cui si fatica a uscire perché è fonte di conforto. Per contro, si veda come la seconda parte del film, figlia dell’astinenza dall’oppio e del desiderio di provare nuove droghe, costituisca un viaggio differente: tempo e spazio diventano elementi ostili, da affrontare, padroneggiare, sconfiggere.

Agli effetti negativi provocati dall’eroina nella prima parte di Queer (diarrea con sangue, crampi, vomito, tremolii, alte temperature) corrispondono quelli poetici della seconda. Nel film (chissà se anche nella vita vera…) l’ayahuasca permette lo sviluppo di una comunicazione telepatica tra i soggetti che la utilizzano nel medesimo momento. L’effetto di questa droga permette ai due personaggi una penetrazione delle membrane, una fusione di corpi, nonché di abitare l’uno il corpo dell’altro e viceversa. Quindi non un’esperienza di isolamento e autodistruzione come quella dell’eroina, bensì il suo opposto: un’unione e condivisione di emozioni. Tralasciando in questa sede tutta la componente sentimentale, il film è soprattutto un racconto sulle droghe, questo è un dato di fatto. Più che una loro esaltazione – perché tutto si può dire tranne che vengano demonizzate – c’è una esaminazione: Guadagnino le analizza, le indaga, ne studia le conseguenze, a tratti persino con un occhio scientifico, soffermandosi su come vengono assunte e su come gli organismi reagiscono.

Una considerazione finale: rimaniamo fiduciosi che prima o poi esca una director’s cut. A Queer infatti sarebbero servite tre ore per fiorire in tutto il suo splendore. Due non sono abbastanza. Sappiamo che il montaggio inizialmente pensato da Guadagnino per il Lido era non solo diverso, ma anche più lungo. Ed è quello che vogliamo.