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The Agency: l’oscilloscopio emozionale

La CIA di The Agency non è poi così diversa dal mondo che tiene sotto controllo: un non-luogo dove, con la scusa della sicurezza internazionale, viene portata avanti una politica di mistificazione della realtà. Gli equilibri di uno scacchiere internazionale sempre più globalizzato sono mantenuti grazie a un sistema di bugie dentro ad altre bugie, protocolli di comportamento, immediate reazioni agli imprevisti, droni panottici, metadati, bluff, minacce di escalation nucleare. Non serve The Agency a spiegarcelo, è sufficiente scorrere le notizie ogni giorno, scrollando quelle più ansiogene.

Quel che fa la serie è altro. Fa convergere la macro-narrazione sulle singole vite dei protagonisti, che devono mediare tra il privato delle loro esistenze e il segreto delle missioni in cui sono coinvolti. Essi ci vengono descritti in uno stato mentale di alienazione. Sanno di essere ingranaggi sacrificabili in un ogni momento: nel caso di morte “in azione”, si diventa dei John Doe o delle Jane Doe, cadaveri anonimi da non recuperare. Le regole d’ingaggio della professione che hanno scelto – volendola fortemente, sottolineiamolo – prevedono un ciclico cambio di pelle, un abbandono della vecchia identità a favore di una nuova. Questo non significa condurre vite da fantasmi e destreggiarsi tra anonimato e invisibilità, ma c’è comunque un prezzo da pagare. Ecco che The Agency sposta l’attenzione dalle crisi mondiali a quelle identitarie dei suoi personaggi. Parliamo infatti di individui al crocevia di se stessi senza sapere più chi sono.

Nell’illustrare questo ininterrotto stato di crisi, The Agency non lesina sull’utilizzo di inquadrature che spiegano la questione meglio di come potrebbero farlo dialoghi o riflessioni in voice-over, mostrando corpi e volti dei personaggi riflessi su schermi o superfici lucide. In ognuna delle dieci puntate della prima stagione (in attesa di una seconda) si assiste a questo rimbalzo di immagini da un supporto digitale e/o materico a un altro, come se venisse posto un filtro che confonde i limiti dell’essere in un dato luogo in un dato momento e la corrispondente emanazione di questa presenza attraverso una barriera visiva. Il gioco è semplice, ma efficace: The Agency ci dice che non esiste più un confine tra chi siamo nel mondo fisico e chi siamo (o come appariamo) in quello virtuale. Ciò avviene su due piani: sia su quello telematico (al punto che in una scena un personaggio si meraviglia di avere di fronte a sé, in 3D, un individuo “esperito” sempre e solo in videochiamata) che su quello, per così dire, reale (in un mondo popolato da schermi ci dobbiamo porrei nei loro confronti in una condizione di interazione continua). La nostra smaterializzazione procede di pari passo con quella della realtà: tutto è un’immagine compressa, priva di profondità, compresi noi. Va da sé che in un siffatto mondo tutto è manipolabile. Tornando al livello base della narrazione di The Agency, se le agenzie di spionaggio hanno oggi un nemico è l’endemica contraffazione della verità.

«Un paio di anni fa la Cia installava delle cimici nelle macchine da scrivere all’ambasciata sovietica e passava le registrazioni al computer. Il programma decodificava i clic. Lunghezza del movimento della leva. Frequenza, variazioni minime nel timbro del battito dettato dall’angolo del martelletto. Tutto quello che poteva essere analizzato e calcolato e veicolo di probabilità. La barra spaziatrice ovviamente ti diceva la fine della parola. Il programma elaborò una grezza approssimazione del russo scritto. I loro crittografi russofoni lo esaminavano e poi lo spedivano a un traduttore che gliene restituiva una versione pulita in inglese». No, non è un dialogo di The Agency, è un paragrafo tratto da Il passeggero di Cormac McCarthy. Un romanzo che poco ha a che fare con lo spionaggio. Questo per dire come una mente condizionata a seguire un ragionamento – voi, si spera – prenda per buona un’informazione che non corrisponde al vero e che, nell’essere decontestualizzata, trova comunque una sua collocazione all’interno di un discorso riguardante lo stesso argomento.

Il carosello di The Agency fa questo ai suoi personaggi: li confonde, li mette su strade sbagliate, li depista. I protagonisti sono addestrati a vivere e lavorare come macchine disumanizzate, ossia prive di qualsivoglia emozione, eppure avviene tutto il contrario: hanno dubbi, sbagliano, si fanno prendere dall’emotività, reagiscono d’impulso, mettono in pericolo se stessi e i loro cari, nonché le organizzazioni di cui fanno parte. Istruiti per soffocare le emozioni, non riescono a diventare mai emotivamente freddi e distaccati. Al ricoprire doppi ruoli consegue l’originarsi di doppie personalità, il frammentarsi dell’Io e l’insinuarsi delle psicosi, con tutti i pericoli che ne derivano. E nella serie, tendenzialmente, gli errori (o anche solo i rischi) più grandi sono legati alla sfera del sesso, motivo per cui viene da chiedersi se non sia davvero la causa di tutti i mali del mondo pur essendo ciò che permette al mondo di sopravvivere a se stesso.

Battute crittografate:

«Cold War is back. It’s chilly as fuck».

«We’re not machines» «Yet».

«Wounds heal. They become stories».

«Avoid emotional entanglement».

«Fly higher, lie bigger».

«We’re all in hell».

«I don’t give a rough fuck about diplomacy. I work in intelligence».

Simone Tarditi