Sono undici le locandine che costituiscono la mostra “Manifesti d’artista”, presentata oggi alla Mole Antonelliana, sede del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Poche? Sicuramente non molte, ma si tratta pur sempre di un’esposizione ridotta, negli spazi al piano terra, a pochi metri dall’ascensore panoramico e dal bookshop. La particolarità delle locandine risiede nella loro rarità – pezzi unici o quasi, anche se, volendo, una copia di quella realizzata da Ettore Prampolini per il futurista Thaïs (Anton Giulio Bragaglia, 1917) attualmente si può acquistare su eBay alla modica cifra di 13.500,00 Euro – e nel loro essere esposte di rado, complici forse anche le dimensioni di alcune di esse. Un esempio: per le bellissime tre disegnate da Filiberto Scarpelli per Il sogno di Don Chisciotte (Amleto Palermi, 1915) servirebbe mezzo appartamento (o un intero monolocale-loculo) tanto spazio occupano. Una meraviglia, comunque, anche se inquietanti: ci sono corpi disintegrati, fatti a pezzi, esplosioni (di sangue? Di fuoco?), sorrisi beffardi. La guerra regna sovrana in ognuna delle tre locandine e se potevano far solo lontanamente divertire all’epoca, anche oggi c’è poco da scherzare, coi venti che corrono. Analogo discorso vale anche per l’opera eseguita da Alexander Rodčenko per La corazzata Potëmkin (Sergej M. Ėjzenštejn, 1925), di cui quest’anno si festeggia il centenario. Il russo lavora di dinamizzazione dell’immagine dell’incrociatore, che, nel pieno rispetto dei canoni dell’arte sovietica del periodo, risponde alle regole della forma geometrica perfetta, speculare a se stessa, dando l’impressione di una tridimensionalità che è solo apparente, ma percepibile.
Del 1922 è la tripletta Toddi (regista) – Vera D’Angara (attrice e illustratrice dei manifesti), con Le due strade, Al confine della morte (anche locandina della mostra), Fu così che…. Le prime due sono in uno stile Liberty non così comune per l’inizio degli anni Venti, un po’ fuori moda. La figura della donna emerge da un contesto floreale, di pace e disarmonico ordine della natura, in contrasto con quelle “belliche” di Scarpelli. Su sfondo completamente nero, più in linea con il gusto del decennio è la terza, dove è mostrata la testa di un anziano attorno cui si sta avvolgendo una pellicola adoperata a mo’ di lazo da un personaggio femminile.
Le ultime tre locandine cadono fuori dal cinema muto. Pertanto, il loro linguaggio si allontana da quelli descritti poc’anzi. Enrico Baj cura quella per Cadaveri eccellenti (Francesco Rosi, 1976): mostruose creature l’una di fianco all’altra, unite in una danza macabra e dell’assurdo come buona parte dei personaggi del film, abominevoli esseri con pelle umana. Renato Guttuso cura invece quello del pirandelliano Kaos (Fratelli Taviani, 1984), il cui disegno di un rapace che si avventa su un fico d’India restituisce l’idea che la coppia di registi aveva in mente: la narrazione di una terra – la Sicilia – assieme preda e predatrice, vittima e carnefice, condannata a un destino di desertificazione e auto-annientamento. Sempre di Guttuso è anche un disegno fatto per Riso Amaro (Giuseppe De Santis, 1949), con la procace Silvana Mangano impiegata come mondina assieme ad altre come lei (ma meno sensuali).

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