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Eddington: cretinismo endemico e reset del cervello in diretta streaming

Il flop di Eddington non è incomprensibile: è inaccettabile. Lo sappiamo, degli incassi non dovrebbe fregarcene nulla (e infatti è così), eppure i dati del box office sono talmente una doccia fredda che non si può fare a meno di notarli. In pratica, il nuovo lavoro di Ari Aster non lo sta vedendo nessuno. A rigirare il coltello nella piaga, servirebbe qualcosa dire che è il suo miglior film? Compendio delle nevrosi del regista, Eddington è anche il titolo più accessibile – assieme a Midsommar – tra i quattro lungometraggi finora diretti. C’è nell’aria una certa preoccupazione: dopo due disastri di fila (a Beau ha paura le cose erano andate forse anche peggio perché era costato di più), Aster è ormai veleno per il botteghino. Non aspettiamoci uno stop della sua carriera, soltanto un triste e probabilissimo ridimensionamento dei budget in futuro.

Veniamo al film, che è meglio. Eddington inizia il suo racconto nel maggio 2020, nel pieno della pandemia. Assistiamo a scene viste e riviste: code, distanziamento sociale, l’obbligo della mascherina, i meeting su Zoom e il boom delle dirette sui social network. È anche il periodo in cui iniziano a diventare presenza costante i guru del Nuovo Mondo e i propagatori di fake news, i Bitcoin come speranza e illusione, gli episodi di iconoclastia e revisionismo storico, le milizie armate, le overdosi da Fentanyl, le minoranze che odiano altre minoranze. Gli smartphone che, in maniera definitiva, si fanno specchio dell’anima oltre che rifugio individuale. Un mondo che cambia di colpo senza possibilità di tornare a essere quello che era. Un’umanità ridotta alla peggiore versione di se stessa. Senza dirlo mai, Aster ci comunica un senso di nostalgia per ciò che era la società pre-Coronavirus, e lo fa descrivendoci una lunga notte (americana) dalla quale non ci si risveglierà mai più. Pertanto, occhio a quello che fa ridere in Eddington perché è il ritratto degli ignobili esseri umani che siamo diventati tutti nell’arco dell’ultimo quinquennio. La strada per fare peggio è tutta in discesa.

Un insuccesso commerciale, si diceva, nonostante la presenza di un cast di prim’ordine. Emma Stone, Pedro Pascal e Austin Butler ci sono e non ci sono: i tre compaiono il giusto indispensabile. Li si vede poco, ma il film funziona benissimo lo stesso perché si regge quasi totalmente su Joaquin Phoenix, come già avvenuto in Beau ha paura. Quale il motivo del fallimento, quindi? Il disinteresse degli spettatori nel sentire parlare ancora di Covid-19? Troppo presto? Può darsi. Pur essendo un film perfettamente bilanciato e a cui non manca nulla, il fatto che Eddington non sia riuscito a intercettare un pubblico è la riprova di quanto il cinema stia passando un periodo buio e dai riscontri imprevedibili. È andata bene una stronzata come Sinners, tanto per fare un esempio.

Con Eddington siamo di fronte a un post-western di razza. Aster realizza un’opera meno complessa delle precedenti, preferendo scagliarsi su obiettivi ben precisi piuttosto che scandagliare le zone d’ombra della psiche umana. Cosa, quest’ultima, che tra l’altra fa comunque anche qui: incentrato sul personaggio dello sceriffo Joe Cross (Phoenix), Eddington ne mostra le debolezze, le numerose crisi che è costretto ad affrontare (tra cui il trauma dell’abbandono da parte della moglie), le reazioni d’instabilità dovute a un sovraccarico di stress e a un conseguente rischio burnout (qui, un aggancio a Hereditary e alle pressioni cui è sottoposto il padre della famiglia Graham), le capacità di (ri)costruzione della verità. Cross è chiamato a gestire situazioni assurde e impreviste, muovendosi tanto in uno scenario in cui ogni momento della vita può diventare instagrammabile e in cui l’ignoranza può essere colmata da un uso ad hoc di Wikipedia, quanto all’interno di uno spazio interiore dove asma, paranoia e sentimento di vendetta hanno delle ripercussioni fisiche (e percettive) nella sua vita di tutti i giorni.

Con ancora maggiore spietatezza rispetto a quanto già fatto nei film precedenti, in Eddington assistiamo alla messa a nudo asteriana della crisi dell’uomo bianco occidentale, il maschio cis, braccato dai suoi simili e detestato a morte dalle altre categorie etniche e di genere. Cross detiene un potere, ma il suo ruolo di “difensore della legge” è ridicolizzato, si pensi a quando egli riceve uno schiaffo ed è impossibilitato a rispondere a tono: il disonore si sdoppia, dal momento che a venire offesa è tanto la divisa che indossa quanto la sua identità.

Vigilante di una comunità impazzita, Cross deve mediare tra chi è e chi ha sempre creduto di essere, con l’aggravante di sentirsi suo malgrado fuori luogo ovunque vada. Rimanendo nella cornice post-western, in Eddington non si fanno sconti sul problema dei problemi, quello dell’appartenenza, naturale o di diritto, a un determinato luogo. Se le nuove generazioni di americani, imbevute di dottrina woke e con la testa in pappa per le teorie gender, avvertono un senso di colpa enorme per stare vivendo su una terra – il film è ambientato in New Mexico – sottratta agli Indiani, un personaggio come Cross, che incarna i valori di un mondo che i giovani vorrebbero sorpassare, semplicemente non se ne cura, non si pone problema. A un certo momento, inseguito e in fuga per la sua sopravvivenza, il protagonista passa sul tetto di un edificio e vi crolla all’interno, atterrando (senza farlo apposta) su una teca contenente le ossa di Geronimo. Questa involontaria profanazione dei resti mortali del capo Apache la si può leggere in vari modi: il disinteresse da parte dell’America di conservare la propria storia (specie quella di una minoranza etnica giudicata inferiore); la conferma che i bianchi, in quanto superiori, possono fare qualsiasi cosa e passarla liscia; l’affermazione di una forza connaturata alla loro supremazia, anche a morte del nemico avvenuta; la legittimità a non dover rispondere delle azioni commesse (volutamente o meno) di fronte a nessuno. Il punto, però, è che Cross è un eroe solo per se stesso. Nessuno lo stima, nessuno crede nelle sue capacità. È un uomo che sulle spalle ha il peso di essere nato bianco e di essere ormai troppo avanti con gli anni per cambiare mentalità, credo politico, o per ampliare l’orizzonte dei suoi interessi. È erede di un mondo vecchio, per alcuni sbagliato, ormai troppo fragile per rimanere così com’è. E il destino del protagonista è infatti quello di vederlo cambiato senza poterci fare nulla, in una condizione di immutabile immobilismo fisico.