La sposa recensione film Frankenstein Maggie Gyllenhaal remake metacinema analisi spiegazione finale

Appunti sparsi su La sposa!, operazione di colonialismo metacinematografico (con matrioska annessa)

La sposa!. Un film con un punto esclamativo atto a rimarcarne l’esistenza più che lo statuto. Per parlare della tanto chiacchierata prova registica di Maggie Gyllenhaal si potrebbe partire dalla pellicola da cui trae linfa vitale, ossia La moglie di Frankenstein (1935) di James Whale, che di suo è forse già uno degli horror più seminali di sempre, basti pensare a quanto da esso abbia attinto Mel Brooks per Frankenstein Junior, titolo di cui fa sbrodolanti riferimenti proprio La sposa! (le scene del disseppellimento del cadavere e dell’esperimento scientifico, ça va sans dire), tanto per chiudere un primo cerchio citazionistico. E si potrebbe cominciare col considerarne il finale: nonostante dia il titolo al film, in Whale il personaggio della moglie di Frankenstein – se non altro nella versione di mostro resuscitato attraverso un esperimento scientifico – viene mostrato solo negli ultimi cinque minuti, lasciando l’impressione che la vicenda finisca nell’esatto momento in cui invece la si vorrebbe vedere iniziare. Quando la donna compare, è ormai troppo tardi, in pratica. Rileggendo questa scelta con la sensibilità di oggi, viene spontaneo considerare un fatto: il personaggio principale femminile è stato ridotto di dimensioni e silenziato fino a renderlo solo un’appendice di quello maschile, a partire dal titolo, che è una mezza truffa ai danni dei consumatori. In questo senso, Gyllenhaal dà spazio e voce a una figura messa ai margini dai suoi creatori (la Universal dei tempi, Carl Laemmle Jr., la sfilza di sceneggiatori coinvolti, etc.), all’interno di un’opera che del femminismo fa la sua bandiera dalla prima scena all’ultima.

C’è quindi un debito, manifesto o meno, nei confronti di un film precedente. Ma è sbagliato parlare al singolare. La sposa! è un pasticcio di citazioni e riferimenti ad altre pellicole, anche non dell’orrore, come Cuore selvaggio (David Lynch, 1990), Gangster Story (Arthur Penn, 1967), La sanguinaria (Joseph H. Lewis, 1950), giusto per selezionare un trittico con protagonista una coppia affamata di avventure e crimine, esattamente come i due mostri del film di Gyllenhaal interpretati da Christian Bale e Jessie Buckley (talenti, qui, un po’ sprecati, concedetecelo). E se il debito nei confronti del film di Whale lo capirebbe anche una creatura in fasce, poco più complicato da cogliere è quello nei confronti di Cappello a cilindro (Mark Sandrich, 1935), musical che viene recuperato in La sposa! attraverso un meccanismo ibrido tra reenactment e deep fake / AI, allorché Frankenstein vede / immagina / pensa se stesso nei panni di un ballerino canterino, sullo schermo e fuori. Quando in un altro momento sua moglie si rispecchia in Ginger Rogers il cortocircuito è fatto. In generale, i numeri musicali di La sposa! dovrebbero convincere e invece stonano come stona il film nel suo complesso, un adorabile disastro a cui però bisogna riuscire a volere un po’ di bene perché innocuo e perché, poraccio, di hating ne ha ricevuto già anche troppo. E allora gli si perdona il terzo e più plateale atto di riverenza a Frankenstein Junior: il balletto a due su Puttin’ on the Ritz (l’hotel, non il cracker), che a sua volta scimmiotta i passi dei già citati Astaire-Rogers. Non se ne esce: anche quando riflette sulle sue ispirazioni, il film di Gyllenhaal rifiuta ogni tentativo di originalità e preferisce ripiegarsi su copie di copie, confondendo una ricerca di autenticità con un bisogno di autorevolezza che, però, non raggiunge mai. Omaggi a parte, la componente narrativa, incentrata su ellissi sghembe, non aiuta il pubblico a rimanere convinto di ciò che ha davanti agli occhi che, sì, è irregolare (e quindi potenzialmente valido), ma mai troppo coraggioso.

La sposa! è una matrioska impazzita, una carcassa di film assemblato con parti sparse di altri cadaveri, a loro volta frutto di operazioni simili. Il film è la prova che non ci sia più nulla di nuovo da raccontare, solo da ricomporre. Persino quando La sposa! reinventa un motivo passato, lo fa senza porsi questioni etiche o filologiche. Lo fa e basta, quasi andando a stimolare di proposito inevitabili critiche negative. Nel cannibalizzare platealmente opere altrui, La sposa! maschera i suoi movimenti, inserendo nel tessuto narrativo luoghi e titoli fittizi (si pensi al Cinema Valhalla di New York, dove viene proiettato The Dubious Detective, in verità mai esistito, esattamente come non sono mai esistiti la sua attrice e il suo regista: Lila Bryson e Victor Rhodes). E così, quando Frankenstein e sua moglie, entrano in sala per godersi una proiezione, mescolandosi in una folla anonima negli stessi giorni in cui sono ricercati per omicidio, ci si domanda se il film in corso sia davvero Revolt of the Zombies o una mistura di pellicole eterogenee mescolate all’intelligenza artificiale. I frammenti messi a fuoco sono pochi, i fotogrammi potrebbero mentire sulla loro reale natura. Pertanto, rimane un briciolo di dubbio sull’autenticità del film. Di sicuro, qualora effettivamente si trattasse della pellicola del 1936 diretta da Victor Halperin, saremmo di fronte a una delle scelte più ardite di La sposa!, perché ci porterebbe a considerare il film come un’operazione di colonialismo metacinematografico per nulla diverso dalle fonti da cui attinge, rubacchiando idee, spunti e in certi casi appropriandosi di brandelli altrui. Nessun attacco, mettiamo le mani avanti. E poi, con la medesima (se non maggiore) smaccata evidenza lo avevano fatto tanto Revolt of the Zombies (la sovrimpressione degli occhi demoniaci, “presi in prestito”, aka copia-incollati, da L’isola degli zombies del 1932, sempre di Halperin) quanto La moglie di Frankenstein (il prologo / flashback con le scene più concitate del Frankenstein del 1931, sempre di Whale), segno di una pratica rodata e connaturata alla storia del cinema più di quanto si tenda a pensare. Un gioco autoriflessivo: il cinema che pensa a se stesso e, riflettendo su cosa è diventato, decide di collocarsi sulla scia del passato piuttosto che proiettarsi nel futuro. A volte questo approccio funziona (in ambito seriale vale la pena ricordare il recente Monster: La storia di Ed Gein), altre volte è solo un pretesto per fare un gran mischione, come nel caso di La sposa!. Non accadrà mai, eppure, giunti a questo punto, non viene strano domandarsi se un giorno Gyllenhaal proseguirà la storia dei suoi due mostri, magari creando un innesto (attenzione: non un incesto) con questo suo tanto (e forse troppo) vituperato film, il cui difetto più grande va rintracciato nell’incapacità di stare in piedi da solo, di camminare, anche claudicante, sulle sue gambe, bisognoso com’è di appoggiarsi sempre a chi lo ha preceduto.