Festival di Cannes, luogo dove il glamour esibito sul tappeto rosso e per le strade della città cozza (spesso e volentieri, e anche per fortuna) col disagio sociale raccontato nei film in programma, a prescindere che siano in concorso o meno. È il caso di Flesh and Fuel (Du fioul dans les artères il titolo originale, che dovrebbe suonare come Benzina nelle vene: distributori italiani prendete nota), presentato all’interno di La Semaine de la Critique. Diretto da Pierre Le Gall (che esordisce col lungo) e interpretato da quel talento di Alexis Manenti (lo avevamo visto qualche tempo alla Mostra del Cinema di Venezia in Maldoror e prima ancora in Le ravissement, passato al Torino Film Festival), Flesh and Fuel è una lettera d’amore alla classe dei lavoratori più umili – sarebbe errato parlare di proletariato, chi vedrà il film capirà il perché – e, in definitiva, una lettera al mondo queer, una volta tanto rappresentato con realismo e sincerità e non con proclami da propaganda spicciola.
In breve: Étienne (Manenti) è un autotrasportatore così dedito al lavoro da non avere tempo per nient’altro. Una scelta di vita, ma anche un’indiretta imposizione data dal suo mestiere, che non concede molti momenti liberi. Stress e ritmi folli sono il pane quotidiano. Pasti frugali (di solito tramezzini dei distributori automatici, rigorosamente mangiati al volante), igiene approssimativa (lavaggio “a pezzi” prima di andare a dormire), sonno in condizione scomoda (materassino dentro al furgone) e via discorrendo. Unico svago: praticare sesso con altri uomini (sconosciuti e non) in un bosco, nella semi-anonimità data dalle tenebre. Un momento di rottura dalla routine lavorativa, ma anche un’occasione per scambiare qualche tenerezza, fare amicizia. Un rimedio contro la solitudine. Per il protagonista la faccenda si complica quando s’innamora di un collega camionista che ha altri ritmi e altre strade da percorrere.
Quella di Flesh and Fuel è una love story atipica, se non altro dal punto di vista di una categoria lavorativa scarsamente considerata dalla cinematografia. Tra gli aspetti più rilevanti c’è il ritratto di un mestiere alienante che alla lunga non può non provocare problemi relazionali e personali. Sfiorando a tratti quasi l’approccio documentaristico, il film pone l’attenzione sullo stato mentale dei personaggi, posti in una condizione in cui i cicli psicofisici vengono alterati in funzione della loro professione. Conta solo il trasporto di una merce, la consegna di un prodotto. E il film non critica le aziende che impongono ritmi insostenibili ai propri dipendenti perché questi ultimi sono i primi a fare carte false per ottenere quell’impiego. La legge della domanda e dell’offerta, puro e semplice. Tra racconti di stipsi e iperproduzione, lo spettro (lontano, ma non lontanissimo) di una sostituzione robotica e i rincari della benzina, chilometri macinati sull’asfalto e la conquista di una nuova vita meno frenetica, Flesh and Fuel pone al centro della narrazione una vicenda profondamente umana, fatta di desideri semplici e fuga dai pensieri intrusivi che attanagliano gli intellettuali, categoria di cui il protagonista orgogliosamente non fa parte. E anche una storia di sacrificio, in primis quello del corpo, sottoposto non a fatiche, ma a un inscatolamento veicolare, costretto nell’innaturale posizione seduta, che crea conseguenti problemi di mal di schiena oltre che di flaccidume, mostrato nel film con una certa costanza. I corpi rovinati dei personaggi di Flesh and Fuel sono lo specchio di chi sono loro come esseri umani: creature in attesa di ritrovare una propria forma. E un proprio posto che non sia su quattro o più ruote.
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