Her Private Hell Recensione Analisi Spiegazione Finale Refn Sophie

Nella nebbia di NWR: appunti sparsi su Her Private Hell

Con Her Private Hell, Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio a dieci anni di distanza dall’ultimo, The Neon Demon. Un’informazione ovvia, ma su cui fare alcuni ragionamenti preliminari. Il primo è che tra il 2016 e il 2026 l’universo dell’audiovisivo è passato attraverso ipertrofiche trasformazioni. Ciò è avvenuto tanto sul mero piano del e dei cinema, quanto su quello dei dispositivi portatili. Se da un lato sempre un maggior numero di persone – chiunque, verrebbe da dire – ha immerso lo sguardo su schermi che non fossero quelli del televisore o di una sala, dall’altro l’idea stessa di cinema ha mutato i suoi connotati, dando vita a situazioni paradossali come la contemporanea restrizione delle finestre temporali con cui i film rimangono in cartellone e lo sbancamento al box office di blockbuster che hanno triturato i precedenti incassi nonostante il numero dei singoli spettatori non sia aumentato (spoiler: i biglietti costano sempre di più, in linea con gli altri rincari, e si sta al gioco dei distributori e degli esercenti invece che boicottare le proiezioni). In questo lasso di tempo, Refn non è stato a gingillarsi: ha realizzato due serie che purtroppo non hanno lasciato il segno nei cuori del pubblico, ha diretto videoclip del rapper Travis Scott, ha girato diversi spot per marchi di lusso e ha continuato a imbastire progetti che forse non vedranno mai la luce (non importa: è l’esprit créatif ciò che conta).

In sostanza, se Refn è ancora lo stesso del 2016 – e l’impronta estetica di Her Private Hell lo conferma, dal momento che l’uomo dietro la macchina da presa è riconoscibilissimo nel suo stile – il mondo non lo è più e il Nostro si trova su una cuspide: le innovazioni di un tempo (si pensi al lavoro sulle luci artificiali, sui tappeti di musica elettronica, sui dialoghi centellinati, sui silenzi e sui tempi morti) non sembrano impressionare più: le due serie non diventati oggetti di culto massificato – a differenza di Drive, per citare il suo film più commerciale – e questo nuovo lungometraggio scivoleranno nell’oblio in tempo zero, cosa che nel caso di quest’ultimo già si poteva dedurre dal gelido responso dei presenti al festival di Cannes, che l’ha accolto nella selezione ben sapendo che si sarebbe parlato più del suo autore che del prodotto che portava (a differenza del 2016, quando Refn era atteso al varco dopo l’attenzione mediatica attorno ai due film realizzati con Ryan Gosling). Tutto ciò frega poco a chi si cura degli aspetti artistici della cinematografia, tuttavia è utile rilevare l’assurdità che colpisce Refn come figura pubblica e come cineasta: è unanimemente identificato come autore leggendario (pur essendo ancora in vita), ma il suo cinema non fa più presa, non ha più la stessa rilevanza di dieci-quindici anni fa, nonostante l’impatto sia stato forte e abbia dato vita a un canone estetico imitatissimo, che a sua volta Refn aveva coniato sul modello di altri, recuperando forme espressive eterogenee. Her Private Hell non spariglierà le carte: è Refn allo stato puro, con un’assenza pressoché totale di innovazioni stilistico-tematiche, tolto il lavoro sulla dissonante colonna sonora. Una conferma, quindi. Piaccia o meno. Più che un sistema di scatole cinesi, il film è una sequela di compartimenti che non necessariamente intendono comunicare gli uni con gli altri. Il regista si muove all’interno di atmosfere rarefatte e compie acrobazie narrative a cui può risultare difficile stare dietro. Ci sono film nel film e c’è un apparato di citazioni che fluttuano tra il palese e l’atteso, tra cui: le giacche di pelle e i percorsi allucinati alla Kenneth Anger; le botte spaccaossa di Only God Forgives; un padre alla ricerca della figlia in un underworld anarchico e spaventoso alla Hardcore di Paul Schrader; tutine e pistole sci-fi (ovviamente griffate byNWR, sia mai di non esplicitare il proprio brand) alla Terrore nello spazio di Mario Bava; un profilo in controluce su sfondo blu-azzurro al neon (Vertigo chiama). E molto altro ancora. Chiamasi ispirazione, che nella norma refniana va a miscelarsi con rimandi favolistici venati di orrore, si pensi alla (di)gestione della Bella addormentata – in parte rielaborata anche in The Neon Demon – attraverso l’esplorazione di due ambiti interconnessi a cui Refn sembra tenere molto: quello delle modelle e delle ninfette. In questa fase del suo cinema, l’ossessione per la bellezza (elemento soggettivo) delle protagoniste è sempre controbilanciata dalla minaccia, e a volte dalla messa in atto, di una brutalità che è tanto fisica quanto psicologica. Refn utilizza figure femminili sotto uno scacco invisibile, che non si capisce mai fino a che punto siano prigioniere e schiave a causa propria o per dominio altrui. E a questa condizione non ci sono soluzioni e né, tantomeno, spiegazioni. Il regista si muove coscientemente all’interno della nebbia che si è divertito a far calare, rifugiandosi dietro a tanti non detto perché consapevole del suo potere autoriale: può fare tutto perché tutto gli può essere perdonato. Si tratta di una granitica lezione di cinema: creare un gusto è più difficile che adeguarsi a uno preesistente. La fedeltà al proprio immaginario è più importante di quella del proprio pubblico, che può sentirsi smarrito nei labirinti verticali (il grattacielo come ambiente percorribile solo verso l’alto, mai in piano) che Refn ha eretto senza curarsi della loro stabilità narrativa o della loro compattezza modulare. Chi cerca in Her Private Hell un’unità di racconto a discapito di un impianto meta-estetico che si ciba di se stesso ha sbagliato rabbit hole. Sticazzi della trama.

Simone Tarditi